La guerra di Israele, del califfo e l’ipocrisia degli oziosi benpensanti di Giulio Meotti

Il califfato è arrivato a lambire la “sublime porta”, i confini turchi d’Europa, issando bandiere nere e lasciando dietro di sé cataste di morti insepolti. Eppure l’insurrezione terroristica dello Stato islamico, e prima il fratricidio siriano, non smuove che un sopracciglio sussiegoso da parte dei benpensanti occidentali scatenati contro Israele. Questa estate ci sono state due guerre: quella giusta di Israele contro l’insurrezione terroristica del regime antisemita di Gaza, che per due mesi ha tenuto in scacco il popolo della Shoah, e quella sghemba e laconica di una Casa Bianca belligerante ma non combattente. Le cancellerie occidentali, specchio degli oziosi benpensanti, sono riluttanti contro gli islamisti del califfo Baghdadi, terroristi che vogliono sfregiare la società in cui hanno vissuto e che li ha partoriti, che si fregiano di combattere per il Profeta e che stanno portando avanti un’azione volta a spazzar via le libertà con l’imposizione di un regime di sottomissione. Si tratta di una sindrome occidentale iniziatasi con la guerra di Libia, una caricatura della “France-à-fric” (i contanti), la guerra del liberatore in camicia bianca sbottonata Bernard-Henri Lévy, una guerra che aveva il sapore dolce, mieloso, rassicurante, da buona e pulita coscienza, della mediazione umanitaria.

L’interventismo occidentalista, in nome di quello slogan sciocco “né indifferenza né interferenza”, aveva presentato una guerra organizzata nelle regioni orientali della Libia, da sempre ostili al potere centrale di Tripoli, come una lotta di liberazione popolare contro un tiranno che faceva affari con l’occidente. Il citoyen sarkozista, pasciuto di ingerenza umanitaria, aveva ipnotizzato l’opinione pubblica occidentale per guidare una guerra dall’alto, nobile nella sua astrattezza letterale ma sghemba nella sostanza. Oggi la bandiera nera dello Stato Islamico sventola su alcune città libiche. Lo stesso copione si ripete nella piana di Ninive, la terra dei due fiumi, dove il califfato governa una regione grande quanto la Gran Bretagna. Contro l’ultima guerra di Israele ad Hamas, la conta dei morti e dei bambini, si sono mosse le star dello spettacolo, l’intellighenzia dei giornali, l’Onu, le ong finanziate da Bruxelles, le cancellerie. Come dimenticare le immagini rielaborate con photoshop di una bomba che esplode a Beirut pubblicate da Reuters durante la seconda guerra di Libano? Una donna, la cui istantanea è poi uscita sui giornali mentre veniva salvata tra le rovine, è stata rifotografata in un posto diverso. Per i morti del califfo e le vitime civili della guerra dall’alto, niente. Negli stessi giorni in cui gridavamo allo scandalo per le scuole dell’Onu bombardate da Israele perché usate come piste di lancio dei missili, a Mosul veniva realizzata una pulizia etnica e dei cristiani di Ninive restavano soltanto le case con la “n” di nasrani. Immaginiamo cosa sarebbe successo se a causare i milioni di profughi che oggi devastano Siria e Iraq fosse stata l’Amministrazione Bush. Per anni abbiamo letto di come Bush senior tradì gli sciiti iracheni nel 1991 e di come noi europei fossimo insensibili alla sorte dei curdi.

Che dire allora del tradimento obamiano dei curdi, degli yazidi, dei caldei, dei mandei, dei sabei e degli assiri che abitano la Mesopotamia da prima dell’islam e che l’islam sta scacciando in massa?L’opinione pubblica europea, sempre così aggressiva con gli ebrei in armi, oggi annega nelle interpretazioni, nel futile, nel diversivo, nel vago, nel comodo, nei cavilli mentre la umma islamica si dà appuntamento a Baghdad. Sono come paralizzati, gli stessi che dopo l’11 settembre, anziché sostenere una guerra nobile per sostituire Saddam Hussein con un costituzionalismo arabo, volevano vedere le prove contro Osama bin Laden e chiedere una regolare estradizione alla teocrazia di Kandahar. Ci sarebbe da ridere se non fosse così perverso. Questa estate abbiamo condannato Israele perché si è difeso, perché ha mandato i suoi bellissimi e tragici soldati dentro quel cesso di sabbia e fanatismo che è Gaza City, noi che per la sua esistenza non siamo mai stati chiamati a versare una sola goccia di sangue, noi che adesso bombardiamo in remoto il califfo e poi lo imploriamo di risparmiare la testa ai generosi volontari delle ong britanniche. Tanto poi lui nemmeno è “il vero islam”. Balle ciniche buone soltanto per una fuga zapateriana.

(Art.tratto da ilfoglio.it)