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I ceramisti in fuga da Hitler

I ceramisti in fuga da Hitler

Recensione di Susanna Nirenstein

La copertina (La conchiglia ed.) II partito nazista avanzava. Oltre trecentomila dei settecentomila ebrei tedeschi se ne andarono ai quattro angoli del globo. In Italia ne arrivarono cinquemila. Tra i primissimi — era il 1926 ma l'aria berlinese era già offuscata dalla propaganda antisemita — Max e Flora Melamerson, da poco sposati. Obiettivo, la costiera amalfitana, Vietri: in quel paradiso terrestre lontano dai rumori di ogni attualità avrebbero ridato spazio e vita agli ideali rivoluzionari di bellezza e creatività che avevano coltivato nella loro Berlino dell'espressionismo e del Bauhaus E così fecero. La ceramica innovativa che presto inondò i migliori salotti internazionali nacque dalla loro passione. I due personaggi che Antonio Forcellino — architetto, storico dell'arte e grande esperto del Rinascimento, restauratore di alcuni dei più preziosi tesori del patrimonio italiano, come il Mosè di Michelangelo — da buon vietrese ha rintracciato negli archivi e nelle testimonianze e ha raccontato ne La ceramica sugli scogli sono straordinari, commoventi, tragici. La loro avventura inizia ad Amburgo. Max, nato nel 1881 da una famiglia religiosa in uno shtetl lituano, andato in Svizzera a studiare giurisprudenza, nel 1906 si trasferisce nella seconda città tedesca e conosce Flora Haag, dove Haag in quel momento e fino al nazismo vorrà dire grandi magazzini Wagner, ricca borghesia ebraica assimilata, patriottica. Flora, la più libertaria della famiglia, frequenta le avanguardie artistiche e studia disegno. Max e Flora si sposano nel 1910. Nel 1911 si trasferiscono a Berlino, ed è nella capitale al vertice della sua modernità che Melamerson si impegnerà insieme a Max Reinhardt nella costruzione di un teatro rivoluzionario per forme architettoniche e progetto drammaturgico, il Grosses Schauspielhaus. Flora segue un corso di ceramica. Conducono una vita frenetica, bruciante. Ma i tempi cambiano. L'antisemitismo avvelena tutto. Max fallisce. E la coppia decide di partire per una nuova pagina creativa. Nel Sud d'Italia, tra i profumi, in un paesaggio immobile da secoli, apparentemente senza questioni ebraiche di mezzo. Pare di leggere — ha ragione Forcellino — la stessa illusione di integrazione degli ebrei berlinesi raccontata da Israel Singer nella Famiglia Karnowski. Eccoli a Vietri, dove nel giro di tre mesi aprono la più grande fabbrica della Marina. Esaltano il talento degli artigiani locali sotto la guida di Flora e secondo l'insegnamento Bauhaus Max crea uno smalto mielato per le nuove forme che avranno un successo straordinario, finiranno nei negozi di Milano e New York, sulle tavole di casa Savoia, sui pavimenti di Palazzo Venezia. Il sogno di una nuova vita sembra realizzato. Ma è un sogno, appunto. L'impreparazione con cui Max e Flora, mentre aiutano i parenti a fuggire dalla Germania nazista, accolgono le leggi razziali del '38 è totale. Increduli, si vedono espropriare l'azienda e aspettano anche il giorno in cui vengono a prelevarli perla deportazione nel campo di concentramento di Fossoli. Fortunatamente tornati a Vietri troveranno la fabbrica e la casa saccheggiati dai paesani. Un nipote continua ancora oggi a raccogliere in giro per la zona quel che resta dei Melamerson, fantastici piatti, vasi, dipinti, cocci di due vite così geniali, coraggiose e trascinate nel vortice nero della Storia. Se non fosse stato per Forcellino, sarebbero state dimenticate.

Articolo tratto da Informazione Corretta

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