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Attualità

Attualità (502)

TU BISHVAT E IL GIORNO DELLA MEMORIA L’UOMO: UN ALBERO CHE DEVE RICORDARE…


 

Il 27 Gennaio, come ogni anno, ricorre il "Giorno della Memoria", un evento che ricorda lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico nei campi nazisti.

Lo scopo di tante iniziative è soprattutto quello di conservare nel futuro la memoria di un tragico periodo della storia, italiana ed europea, con la speranza che simili eventi non possano mai più accadere.

Quest’anno, le iniziative che commemorano questo giorno così importante coincidono con la festività ebraica di Tu Bishvàt, Rosh Hashanà Lailanòt, ossia il Capodanno degli alberi.

Secondo il calendario ebraico, Tu Bishvàt (metà mese di Shevàt) che cade il giorno 15 di Shevàt (gennaio-febbraio), quest’anno corrisponderebbe al nostro 26 gennaio. È una delle festività minori, cioè stabilite dall’uomo per commemorare eventi tristi o lieti della storia d’Israele.

Durante la festa di Tu Bishvàt si usa piantare alberi.

Questo gesto simbolico viene associato al desiderio del popolo d’Israele di rendere nuovamente verde un paese che è descritto come “stillante latte e miele”, metafora per indicare un terreno rigoglioso dove l'agricoltura fiorisce facilmente. In Israele, dove in genere il clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli e il giorno in cui c’è il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile. In realtà, non è il vero passaggio dall’inverno alla primavera, ma piuttosto il momento in cui finiscono le piogge torrenziali, simbolo dell’inverno, e dove inizia il primo sole che vede germogliare i mandorli.

Uno dei significati simbolici attribuito a Tu Bishvàt è la riflessione sulla natura dell’uomo. L’ uomo può essere visto come un albero capovolto che ha le sue radici verso l’alto. Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto nelle risorse naturali e spirituali. Come l’albero prende la sua vitalità dalla terra attraverso le radici, così l’uomo deve prendere la sua vitalità dal Cielo.

Come l’albero, anche l’uomo ben piantato nel Signore deve produrre buoni frutti, che in questa ricorrenza come la Giornata della Memoria, si trasformano in frutti della memoria; frutti che non devono far dimenticare cosa è successo al popolo di Dio, perché così facendo la generazione futura possa imparare a non commettere gli stessi errori o meglio gli stessi orrori.

Ogni uomo è paragonato a un albero e molti alberi sono stati sradicati nei campi di concentramento e nei ghetti durante la Shoà, per questo motivo, i sopravvissuti, tutti gli ebrei e tutti noi, dobbiamo piantarci nella casa del Signore, come è scritto nel Salmo 92: 13 “Quelli che sono piantati nella casa dell’Eterno, fioriranno nei cortili del nostro Dio”.

E ancora nel Salmo 1:3 c’è scritto: “Egli sarà come un albero piantato lungo i rivi d’acqua, che dà il suo frutto nella sua stagione e le cui foglie non appassiscono; e tutto quello che fa prospererà”.

 

Dio vi benedica

Shalom

Rossella Genovese

 


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Novità editoriale al 2° Convegno Internazionale EDIPI 7-8-9 dicembre


Il 2°Convegno Internazionale EDIPI è sui blocchi di partenza e nel
nutrito programma spunta un'ulteriore novità assoluta.
Infatti la collana editoriale EDIPI si arricchisce di un nuovo titolo:
IL TUO POPOLO SARA' IL MIO POPOLO.
Con l'appassionata prefazione di Michael W. Smith, l'autore Don Finto
analizza come Israele, gli ebrei e la chiesa cristiana si uniranno negli ultimi tempi.
Tradotto in molte lingue, la tiratura solo negli USA ha superato le
114.000 copie. Il presidente di EDIPI, Ivan Basana, ha detto: "Questo
libro è un intervento di cardiochirurgia spirituale che genera un cuore
nuovo per Israele".
Il libro verrà presentato in anteprima nazionale nella giornata
introduttiva del 2° Convegno Internazionale EDIPI di Pomezia-Roma
(www.aliyah.edipi.net)

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Lettera aperta a Benjamin Netanyahu, detto Bibi

Caro Bibi, 
spero che mi permetterai di chiamarti confidenzialmente così e di darti del tu, anche se non ci siamo mai conosciuti. Sono più avanti di te negli anni e inoltre so, per quel pochissimo ebraico che finora ho imparato, che nella tua lingua non esiste la forma di cortesia. Ma soprattutto so che non ti offenderai, per il semplice fatto che non ti capiterà di leggere queste righe. Ma immaginare di scriverti serve a me, per chiarirmi le idee e in parte per dare un po' di sfogo all'amarezza che provo in questi gioni per quello che si sente dire su di te e sul tuo paese. 
La prima ragione per cui ti scrivo è per chiederti scusa come italiano. Naturalmente non ho alcuna responsabilità personale, ma faccio parte di una nazione il cui governo pochi giorni fa ha commesso un'ignobile vigliaccata verso il tuo paese allineandosi con nazioni che, come tu ben sai e anche il nostro governo sa, quello che vogliono è soltanto la sparizione di Israele. Ci avevate contato, voi israeliani, sulla nostra amicizia: pensavate che di noi italiani ci si potesse fidare. E invece no. Purtroppo no. Ci avete sopravalutati. Vorrei chiederti scusa non soltanto perché la mia nazione ha approvato quel cumulo di menzogne e odio che è stato il discorso del relatore arabo-palestinese, ma anche per le parole di "amicizia" che ti sono state rivolte in seguito per rabbonirti da chi ci governa. Certamente, come politico navigato sarai abituato ai linguaggi ipocriti, ma so che in certi momenti fanno più male dei fatti che si vorrebbero "chiarire". 
Qualcuno ha detto che la decisione dell'Assemblea Generale dell'Onu, che ha accordato all'Autorità Palestinese lo status di Paese osservatore non membro, è stata "benedetta" dallo "spirito" di Yasser Arafat. Bisogna crederci, perché le ha dette la vedova di Arafat, e da quelle parti di certi spiriti se ne intendono. Ed è proprio di questo globalizzato spirito arafattiano di menzogna e odio che si è imbevuta quell'assemblea dell'Onu. E la nostra nazione vi ha partecipato. Per questo sento il dovere, in segno di testimonianza per tutti gli anonimi italiani che come me, pur non essendo in maggioranza, avrebbero voluto far sentire il loro dissenso, di chiedere scusa a te e alla nazione che rappresenti per l'ignobile scelta fatta dall'Italia in quella sede. 
La seconda ragione per cui mi rivolgo idealmente a te è per ringraziarti di quello che hai fatto per la tua nazione cercando di difenderla nei modi che il tuo governo ha ritenuto opportuni e possibili. Certo, si può sbagliare, ma in certe circostanze chi può essere sicuro di non farlo mai? "Israele adesso è isolato", dicono in molti, e forse credono di fare un'osservazione acuta, quando invece è una realtà evidente che va avanti da anni, per non dire da sempre. E di chi è la colpa? Di Netanyahu. O più in generale di Israele che va dietro a Netanyahu. Sono tanti quelli che lo dicono, anche fra gli amici d'Israele, anche fra gli ebrei. Non sai quante fini analisi si fanno in questi giorni, anche sui giornali italiani, e non solo su l'israeliano Haaretz, per dimostrare che hai sbagliato. E quante belle istruzioni retroattive ti sono state inviate (idealmente, come queste mie parole) per istruirti su quello che avresti dovuto fare e non fare. Se solo avessi potuto ascoltarli! A quest'ora Israele non sarebbe dove adesso è. Adesso non sarebbe isolato. Adesso sarebbe... beh, non lo so, perché a dire il vero non lo dicono. Una cosa però ho notato: in tutte quelle analisi, o per lo meno in quelle che mi è capitato di leggere, manca l'indicazione precisa e concreta di quello che avresti dovuto fare dopo decine di giorni di pioggia di missili sulle vostre teste. Si trattano temi di alto livello strategico-politico, di rapporti con l'Onu, l'America, l'Egitto, l'Europa e altro ancora, ma di missili caduti sulle teste degli israeliani, e di quelli che sicuramente cadranno ancora sulle medesime teste, non si parla. O se ne parla sbrigativamente, en passant, per passare subito a qualche altro argomento ritenuto più importante. La cosa però non salta all'occhio dei lettori perché devi sapere, se per caso non te ne fossi ancora accorto, che per la maggior parte delle persone i missili che vi piovono sulla testa sono meno della metà di quelli che vi meritate. Di che vi lamentate dunque? E poi la gente è interessata alla pace, e la pace non è minacciata dai razzi islamici che distruggono le case degli ebrei, ma dalla costruzione di case per ebrei che tu, con riprovevole sfacciataggine, ti sei permesso di ordinare nella capitale del tuo Stato: un altro grave errore che anche molti tuoi amici ti rimproverano. Sta scritto nel profeta Zaccaria che negli ultimi giorni Dio farà di Gerusalemme "una coppa di stordimento per tutti i popoli circostanti". Si direbbe che questo stordimento sia già cominciato, perché la quantità di sciocchezze che anche le persone più sensate riescono a dire quando introducono nel loro discorso il tema di Gerusalemme è impressionante. Forse il consiglio implicito contenuto nel silenzio dei commentatori è che i missili islamici avresti dovuto lasciarli cadere sulle vostre teste e dedicarti alla politica di alto livello, come fanno loro. Questo però naturalmente non sarebbe stato accolto molto bene dagli israeliani, e tu lo sapevi. Quindi hai agito, e loro ti hanno appoggiato. E se qualcuno ti ha criticato, è stato soprattutto quando ti sei fermato. Hai fatto bene a cominciare l'attacco? Hai fatto male a cominciarlo troppo tardi? Hai fatto male a finirlo troppo presto? Io non lo so. So soltanto che hai fatto del tuo meglio per difendere il tuo paese, come era tuo dovere, mentre altri hanno fatto e fanno di tutto per denigrarlo e distruggerlo. Per questo ti ringrazio, perché il bene della nazione d'Israele sta a cuore anche a me, anche se non sono né ebreo né israeliano, come sta a cuore a tanti altri che come me non sono né ebrei né israeliani. 
So che tu lo sai, nel senso che sei a conoscenza dell'amore che molti cristiani evangelici (ma non tutti) hanno per Israele, e sai che non è finto. Anch'io sono fra quelli, e penso che sia un conforto per gli ebrei d'Israele sapere che ci sono persone non ebree e non israeliane che stanno dalla parte d'Israele per motivi non interessati. 
Il conforto è reciproco quando si avverte che questo amore è riconosciuto e creduto. Nell'ultimo viaggio che ho fatto in Israele ho avuto il piacere di sentir dire da Dan Bahat, lo scienziato che per anni è stato l'archeologo ufficiale di Gerusalemme, queste parole: "Sapete perché l'America sostiene Israele? Non è per la presenza della lobby ebraica, come molti dicono, ma per la presenza di milioni di cristiani evangelici che stanno dalla parte d'Israele". Ho provato un immenso piacere a sentire queste parole del tutto inaspettate, perché provenivano dalla bocca di un ebreo laico, informatissimo, coltissimo e intelligente, che non aveva nessun motivo per dirle se non perché corrispondevano alla realtà come lui l'aveva rilevata, in modo acuto e privo di pregiudizi, come ci aveva mostrato di saper fare nelle ricchissime spiegazioni storiche e archeologiche che ci aveva fornito nella visita di Israele che abbiamo avuto l'onore di fare sotto la sua preziosa guida.


Quindi, caro Bibi, nella certezza di interpretare il sentimento sincero di molti miei fratelli in fede, ti rinnovo le mie scuse per quello che abbiamo fatto noi italiani e i miei ringraziamenti per quello che hai fatto tu per i tuoi connazionali. E se anche queste parole non arriveranno a te personalmente, potranno forse essere lette da qualcuno che è in sintonia con quello che tu sei e rappresenti per Israele. 
Con stima e simpatia, 
Marcello Cicchese 

(Notizie su Israele, 3 dicembre 2012)

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L'emiro del Qatar in Sardegna desta preoccupazione

A seguito della visita del premier sen. Mario Monti a Doha accompagnato da rappresentanti della Repubblica Italiana e della Regione Sardegna per trattative economiche con la Qatar Holing, abbiamo concordato con il delegato EDIPI per la Sardegna, Matthias Winkler, di inoltrare la seguente lettera al presidente della regione autonoma della Sardegna Ugo Cappellacci.

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Un altro passo avanti, un altro scossone

Qualcuno ha detto che l'Onu, accettando lo stato palestinese come membro oosservatore, ha commesso un altro errore. Ma non è vero: oggi l'Onu non fa che proseguire quel cammino di stravolgimento del diritto internazionale che è iniziato nel 1947 con la Risoluzione di spartizione del territorio, allora chiamato Palestina, che dalle Potenze vincitrici della prima guerra mondiale era stato delineato all'interno dell'ex impero ottomano al solo scopo di "ricostituire" (non far nascere ex novo) la nazione del popolo ebraico. Non si tratta dunque di errore da parte dell'Onu, ma di proseguimento coerente e voluto di una politica di progressiva negazione dei diritti del popolo ebraico. L'anno scorso, quando l'assemblea delle Nazioni Unite si accingeva a fare un primo tentativo (non riuscito) nella medesima direzione, avevamo presentato il libro di Howard Grief:"The Legal Foundation and Borders of Israel under International Law". Oggi presentiamo un altro libro che espone in modo molto più succinto le stesse tesi: Cynthia D. Wallace, "Foundations of the International Legal Rights of the Jewish People and the State of Israel". Nella rubrica “Approfondimenti”se ne può leggere l’abstract in italiano. 
Poiché nei tempi che incombono si sentono ripetere con leggerezza slogan che hanno soltanto il carattere della ripetitività senza averne alcuno di verità, ripresentiamo, in forma leggermente aggiornata, sette tesi che avevamo elencato l’anno scorso nella medesima occasione. Chi ne chiede la dimostrazione può leggersi i testi indicati sopra.

  1. Lo Stato d'Israele non è il frutto tardivo del colonialismo delle potenze occidentali, ma, al contrario, le sue difficoltà sono dovute al perdurare di atteggiamenti colonialstici europei che hanno favorito la nascita puramente strumentale di Stati arabi come Iraq, Giordania, Libano, Arabia Saudita, mentre hanno danneggiato la fondazione dello Stato ebraico.
  2. La legittimità nazionale dello Stato ebraico non nasce nel 1947 con la Risoluzione di spartizione 181 dell'Onu, ma nel 1920 con la Risoluzione di Sanremo stabilita dalle Potenze alleate vincitrici della prima guerra mondiale:
  3. La Risoluzione di spartizione 181 non è la benevola dichiarazione che ha fatto nascere lo Stato d'Israele, ma, al contrario, è la malevola prevaricazione che ha causato l'illegale decurtazione di una parte consistente della terra che già apparteneva, de jure, allo Stato ebraico.
  4. L'Olocausto non è la molla che ha spinto le nazioni, per rimorso e volontà di compensazione, a dare agli ebrei una nazione, ma, al contrario, è la tragedia che ha costretto l'Organizzazione Sionista e l'Agenzia Ebraica ad accettare, come sotto ricatto, la spartizione della loro terra perché era assolutamente urgente dare asilo alle migliaia di profughi ebrei scampati all'Olocausto, e che nessuno, a cominciare dalla Mandataria Gran Bretagna, voleva accogliere.
  5. Uno Stato palestinese, nel senso geografico del termine, esiste già, ed è lo Stato ebraico d'Israele. Uno Stato arabo palestinese non ha alcuna legittimità nella terra che, fin dall'inizio delle trattative successive alla prima guerra mondiale, è stata destinata dalle Potenze alleate vincitrici ad essere la sede della nazione ebraica.
  6. Il costituendo Stato arabo nella Terra d'Israele e/o Palestina non nasce con l'intenzione di vivere accanto allo Stato ebraico, ma, al contrario, con il solo scopo di arrivare a distruggerlo. Chi pensa di dar prova di moderazione parlando di "due stati per due popoli che vivano l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza" contribuisce, che lo voglia o no, in buona fede o no, al raggiungimento dell'obiettivo arabo.
  7. Per anni la politica d'Israele è stata "terra in cambio di pace": non ha ottenuto niente. In realtà Israele ha dato "diritti in cambio di pace". La terra, la vedono tutti, per vedere i diritti invece bisogna leggere e studiare, se si vuole procedere in termini di verità e giustizia. Se invece si vuole soltanto ottenere quello che si vuole con la forza e la real politik, studiare non serve: basta sparare, quando si può, e mentire, quando non si può. Meglio ancora quando si possono fare le due cose insieme, come è accaduto recentemente con l’accoppiata Hamas-Onu.

Con i cosiddetti accordi di pace i nemici di Israele, non riuscendo ad abbatterlo subito con la violenza, sono riusciti a metterlo su un piano inclinato. Con piccoli, graduali scossoni provano ripetutamente, con pazienza e tenacia, a farlo scivolare dolcemente sempre più in basso. L’ultima decisione Onu è un altro scossone, per la felicità di coloro che aspettano soltanto il momento in cui Israele sarà arrivato così in basso da non esserci più bisogno di scossoni: una mazzata e via. 
E le nazioni buone che amano Israele continueranno ad amarlo, perché proporranno l’istituzione di un’altra Giornata della Memoria: la memoria del compianto Stato d’Israele, che - diranno - purtroppo non esiste più, ma aveva il diritto all'esistenza. 
Ma tutto questo non avverrà. 

(Notizie su Israele, 30 novembre 2012)

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News letter da Beit Imanuel - Ancora in guerra

Ancora in guerra!

Cari amici di Beit Immanuel,

grazie infinite per i messaggi, le telefonate e le preghiere di sostegno alle nostre famiglie e alla nostra gente durante questo tempo difficile in Israele. Sappiate che stiamo tutti bene ed i vostro preoccuparvi per noi ci è di grande incoraggiamento. Tutti i membri della nosta congregazione sono estremamente toccati dal vostro sostegno e ci hanno chiesto di portare i più cari saluti di ringraziamento ed affetto ad ognuno di voi.

Figli e figlie in guerra

La Guerra spaventa specialmente I bambini. La paura è un riflesso non facile da ignorare e i bimbi non nascondono i loro sentimenti facilmente come facciamo noi. Piangono quando sentono le sirene con i loro terribile stridulo di avvertimento. Tremano quando i missili esplodono, mentre cerchiamo di confortarli in questi giorni di guerra a volte mi chiedo perché Dio li ha fatti così vulnerabili. Perché le cose che amiamo di più sono le più delicate e si fanno così facilmente male?

I coraggio e la cura durante la guerra

La vulnerabilità umana, è un fatto della vita non facile da vivere, ed è un tema importante nella Bibbia. Le Bibbia racconta di come gli egiziani hanno cercato di uccidere il bambino Mosè e è stato salvato in un cesto dalla moglie del Faraone o come il re Erode voleva uccidere il bambino Yeshua e come sua madre e suo padre lo portano in salvo verso il basso Egitto. Infatti, tutti i grandi eroi affrontane dei periodi di pericolo, minacce e vulnerabilità.

Perché Dio permette al suo popolo di essere così sensibili alla distruzione? Perché Egli rende così distruggere le sue opere?

Non è questo il modo di tutta la creazione?

Non abbiamo un leone e un agnello?

Dio non è l'autore del potere, della forza e del vagito di un neonato?

Mentre Lui è conosciuto come il Signore degli eserciti, E è anche il Dio della misericordia di una madre con il suo bambino, delle lacrime e delle risate.

Alcuni di noi vengono lasciati a casa per prendersi cura delle nostre famiglie, mentre i nostri figli e le nostre figlie sono sul campo di battaglia per proteggere noi. Noi che siamo rimasti a casa abbiamo la responsabilità di curare i nostri giovani. Dobbiamo avere il coraggio di avere coraggio. La famiglia di Dio non avrà paura di esprimere l'amore e la gentilezza, la dolcezza e la cura, anche in tempi di guerra.

Nel tumulto delle sirene di guerra, nei missili e bombe volanti che ci esplodono intorno, dobbiamo tenere aperto il cuore al grido di un bambino. Qualsiasi bambino. Dobbiamo stringere le mani dei nostri figli con la speranza che tutto vada bene. Non possiamo permettere che la guerra ci uccida dentro.

I soldati messianici

Naturalmente la nostra maggiore preoccupazione sono I nostri figli, molti dei quali sono nell’esercito. Durante il nostro culto del Sabato questa settimana ci siamo soffermati sulle famiglie della nostra congregazione che hanno figli in servizio attivo, alcuni dei nostri membri sono stati chiamati al Miluim (servizio di riserva) e dobbiamo sostenerli. Vi prego di leggere il breve rapporto mandatoci da uno dei nostri figli che servono nell’unità anti-missile “Cupola d’acciaio”.

 

Con Elisha abbiamo fatto visita ad un soldato Ebreo Messianico che serve nel gruppo anti-missile”Cupola d’acciaio” a 15 km da Gaza. Ecco il nostro rapporto.

Questo ultimo Shabbat, BeerSheva era come una città fantasma, le strade erano vuote eccetto per i pochi cani e gatti in cerca di scarti. Nel guidare verso la periferia sud della città,girammo a destra prendendo un strada sterrata e salimmo la collina deserta che sovrasta la città dove la squadra Iron Dome aspetta il prossimo attacco missilistico di Gaza. Malgrado la popolazione di oltre 200.000 annidata sotto la cima della collina che dipende dalla loro difesa la squadra sembra sorprendentemente rilassata, alcuni addirittura nelle loro magliette del sabato e le scarpe da ginnastica, masticando panini del mezzodì e guardando il cielo aspettando il prossimo attacco. “Non era così quando cominciarono ad arrivare i primi missili” diceva Elisha. “Quando suonava l’allarme ed arrivarono i primi missili avevamo molta paura, ammette, 15 razzi ci piovvero addosso tutti insieme sembrava che ci avrebbero colpito". Le colline in cui questi coraggiosi uomini e donne prestano servizio sono nella linea di fuoco di Gaza.

All’inizio non eravamo sicuri se Iron Dome(Cupola d'acciaio) avrebbe funzionato, dice Elisha, ci mettevamo il casco, tenevamo giù la testa e pregavamo, quello era il momento della verità, se il nostro duro addestramento funzionava. E funziona, 85% dei missili contro il centro di Gerusalemme sono stati atterrati da noi, quando abbiamo visto quei missili fatti esplodere dalla nostra unità abbiamo cominciato a ridere e a saltare su e giù, non ci potevamo credere!

Mentre stiamo parlando le sirene risuonano sulla città ed in pochi secondi 2 razzi sono partiti dalla batteria dell’Iron Dome ad intercettare i missili. Guarda questo, sorride Elisha. Non possiamo vedere il missile in arrivo ma solo la coda bianca di fumo del nostro razzo che si fa strada nel cielo azzurro alla ricerca del missile letale. Poi vediamo un fumo grigio a circa un km sopra le nostre teste e a pochi secondi arriva il rimbombante boom dell’esplosione a mezz’aria.

Dopo una settimana di combattimento i soldati hanno più fiducia nelle capacità del sistema . Anche i civili si sentono più sicuri per questo. "La gente viene quassù dalla città per portarci pacchi di cose per ringraziarci che gli salviamo la vita" dice. Anche se questo è proibito, alcuni li facciamo passare, è bello essere uniti in questi tempi difficili, spiega Elisha, è come essere una grande famiglia, tutti vogliono aiutare.

Come la maggior parte dei Messianici d’Israele Elisha è orgoglioso di servire il suo paese, ce ne sono centinaia nell’esercito israeliano.

Molti di loro sono nelle truppe d'élite da terra che si muovono dentro Gaza.

La maggior parte sono soldati esemplari che vogliono dimostrare che la fede in Yeshua non vuol dire tradire l’eredità Ebraica, infatti la fede in Gesù da loro maggior desiderio di servire la loro nazione. “Mi sento come se stessi facendo una cosa molto importante, dice Elisha, è per la mia gente, sono felice di essere qui in un tempo come questo”. Mentre stavamo per lasciarlo ci ha chiesto di pregare per lui e gli altri soldati e lo abbiamo assicurato che lo avremmo fatto e che molti altri nel mondo stanno pregando per loro.

Speriamo che anche voi vi unirete con noi per pregare per questi giovani che adesso servono in Israele. E che Dio benedica Israele.

 

Per i nostri giovani adulti

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con i nostri giovani adulti ed è così incoraggiante vedere molti di loro crescere in maturità e prendere decisioni personali sul seguire il Messia. Non è una cosa facile da fare in questo in questa età. Si prega di continuare a sostenere e pregare Dima e Sarah così come tutti gli insegnanti dei nostri figli e il nostro staff

 

Vostri

David e Michaella Lazarus

 

(Trad. Barbara di Egidio)

 

 

 

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Il processo di distruzione



C'era una volta il processo di pace. Scalino dopo scalino si cercava
faticosamente di salire verso la meta agognata: due stati che vivono
l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza. Adesso la scala non c'è
più. O meglio, non c'è mai stata, ma se ne parlava. Forse adesso non se
ne parlerà più, perché è da folli continuare a discutere di ciò che non
esiste. Nell'operazione Piombo Fuso Hamas era ancora visto come il
fastidioso ostacolo che impedisce ad Abu Mazen di presentarsi al mondo
come il legittimo rappresentante di un popolo che aspira alla pace con
Israele. Autorità Palestinese ed Egitto presero allora le distanze da
Hamas e lasciarono che Israele facesse il suo lavoro.
Adesso le cose sono cambiate. Adesso è Hamas che tiene il pallino del
gioco, e Abu Mazen è costretto ad inseguirlo e deve dichiarargli la sua
solidarietà. Il "popolo palestinese" si avvia dunque ad una nuova unità
interna nel nome di Hamas. Ma Hamas ha sempre dichiarato e continua a
dichiarare che il suo obiettivo è la distruzione di Israele. Dunque, se
adesso le Nazioni Unite riconosceranno l'esistenza di uno stato
palestinese, vorrà dire che accettano l'esistenza di uno stato che si
propone la distruzione di un altro stato.
Questo però non avverrà subito: per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Ci
si dovrà arrivare per gradi. Al centro dell'interesse non c'è più
l'avanzamento del processo di pace, ma il rallentamento del processo di
distruzione. L'intervento delle nazioni buone, prima fra tutti quegli
Stati Uniti di cui oggi anche i più accaniti antiamericani di un tempo
lodano la saggezza, consisterà nel contrastare la fretta delle nazioni
cattive che vorrebbero tutto e subito, e nell'adoperarsi per un
assennato rallentamento del processo di distruzione. Che dovrà andare
avanti, ma con giudizio. I razzi arrivati a Gaza sono indubbiamente più
potenti di quelli di una volta, ma non bastano, come si è visto. Anche
l'Iran non può fare miracoli, bisogna capirlo.
Ci sarebbe stato un altro modo per impedire l'invasione di Gaza da parte
di Israele. Avrebbe potuto farlo l'Egitto, naturalmente con il sostegno
diretto ed indiretto degli Stati Uniti. Sarebbe stata certamente
un'invasione ben poco cruenta. L'ostacolo dell'illegittima dittatura di
Hamas che impedisce l'unità del popolo arabo-palestinese sarebbe stato
rimosso, e dopo la regolare elezione di un governo che avesse fin
dall'inizio dichiarato di accettare l'esistenza dello stato ebraico
sarebbe potuto nascere uno stato palestinese "che vive accanto allo
stato ebraico in pace e sicurezza". Ipotesi fantasiosa? Certo, ma non
più di quella rappresentata per anni dal processo di pace.
La nazione buona e la nazione cattiva si sono dunque accordate e hanno
trovato una soluzione che non solo salva Hamas, ma addirittura lo
legittima in modo irreversibile davanti al mondo. Perché? Perché la Gaza
di Hamas ha un carattere altamente rappresentativo che la Cisgiordania
di Abu Mazen non può avere. Gaza è un territorio "santo", perché è stato
totalmente purificato da ogni presenza di ebrei. "Judenrein", dicevano i
nazisti in tedesco, e qualcuno dovrebbe dirci qual è oggi la
corrispondente espressione in arabo.
Hamas dunque deve continuare a vivere a Gaza perché dichiara apertamente
ed esprime in modo plastico qual è l'obiettivo a cui tende il processo
di distruzione in atto. E perché rappresenta lo svago di coloro che
seguono compiaciuti lo svolgersi di questo processo e ne aspettano la
conclusione.

(Notizie su Israele, 23 novembre 2012)

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Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d'Europa di Bernard-Henri Lévy

Rimettiamo le cose in ordine. L'esercito israeliano Tsahal ha evacuato Gaza, unilateralmente, senza condizioni, nel 2005, su iniziativa di Ariel Sharon. Da allora, non c'è più presenza militare israeliana in questo territorio che, per la prima volta, è sotto controllo palestinese. Le persone che lo amministrano — e che, tra parentesi, non sono arrivate al potere attraverso le urne ma con la violenza e al termine (giugno 2007) di uno scontro sanguinoso con altri palestinesi durato parecchi mesi — non hanno ormai, con l'ex occupante, nemmeno l'ombra di un contenzioso territoriale, come quello per esempio che aveva l'Olp di Yasser Arafat. 
Si poteva ritenere che le rivendicazioni di Arafat, e quelle di Mahmud Abbas oggi, fossero eccessive, o formulate male o in parte inaccettabili: almeno esistevano e lasciavano la possibilità di un accordo politico, di un compromesso. Mentre ora, con Hamas, prevale un odio nudo, senza parole né sfide negoziabili: solo una pioggia di razzi e missili sparati secondo una strategia che, avendo come unico fine la distruzione della «entità sionista», bisogna pur chiamare guerra totale.

Quando Israele si accorge infine di questo, quando i suoi dirigenti decidono di rompere il riserbo che per mesi li aveva portati ad accettare quello che nessun altro dirigente al mondo ha mai dovuto accettare; quando constatano, oltretutto nel terrore, che il ritmo dei bombardamenti è passato da una media di 700 lanci all'anno a quasi 200 in qualche giorno, e che l'Iran ha cominciato a consegnare ai suoi protetti i razzi Fajr-5 che possono colpire non più soltanto il Sud, ma il cuore stesso del Paese, fino ai sobborghi di Tel Aviv e Gerusalemme, e si decidono a reagire e a farlo con vigore, cosa crediamo che succeda? 
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, che raramente abbiamo visto negli ultimi mesi così pronto a scattare, si riunisce con urgenza: non tuttavia per dibattere dell'eventuale sproporzione della legittima difesa israeliana, ma del suo principio stesso. 
Il ministro degli Esteri britannico — al quale non auguriamo di vedere il Sud del suo Paese sotto il fuoco di una organizzazione che riprendesse il sentiero della guerra terroristica — avverte minaccioso lo Stato ebraico che, facendo il suo lavoro di proteggere i propri cittadini, perderà gli ultimi magri sostegni che egli ha la bontà di riconoscergli sulla scena internazionale. La responsabile della diplomazia europea, Catherine Ashton, comincia con lo sdoganare Hamas da attacchi che, secondo lei, sarebbero in parte fomentati da «altri gruppi armati» e — stimando nel più puro stile tartufesco che i torti siano da condividere fra gli estremisti dei due campi — si limita a deplorare una «escalation della violenza» in cui, come nella notte hegeliana, tutte le vacche diventano nere. 
Il Partito comunista, in Francia, esige «sanzioni». I Verdi, che non si son quasi sentiti né sulla Siria né sulla Libia, né sulle centinaia di migliaia di morti delle guerre dimenticate in Africa o nel Caucaso, proclamano che «l'impunità di Israele deve finire». I manifestanti «pacifisti», che non si degnano di uscir di casa quando sono Gheddafi o Assad a uccidere, scendono in piazza: ma è per dire la loro solidarietà con l'unico partito che, in Palestina, rifiuta la soluzione dei due Stati, dunque la pace. E non parliamo degli esperti in complotti che in questa storia vogliono vedere solo la mano demoniaca di un Netanyahu felice di una nuova guerra che faciliterà la sua rielezione. 
Non mi addentrerò in conteggi che dimostrerebbero a questa gente ignorante come tutti i sondaggi, prima della crisi, davano Netanyahu già vincitore. Non mi abbasserò a confidare a coloro che comunque ritengono Israele, qualsiasi cosa faccia, come l'eterno colpevole, i motivi che, se fossi israeliano, mi dissuaderebbero dal votare per la coalizione uscente. Cosa serve ricordare a tali piccoli furbi che, se c'è una manovra, una sola, all'origine dell'attuale tragedia, è quella di un establishment Hamas pronto a tutti gli eccessi e a tutte le fughe in avanti, e deciso, in realtà, a lottare fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese pur di non dover restituire il potere, e i relativi vantaggi, ai nemici giurati del Fatah? 
Di fronte a questo concerto di cinismo e di malafede, di fronte al due pesi e due misure, secondo cui un morto arabo è degno di interesse solo se si può incriminare Israele; di fronte all'inversione dei valori che trasforma l'aggressore in aggredito e il terrorista in resistente; di fronte all'abile gioco di prestidigitazione che vede gli Indignati di ogni Paese «eroicizzare» una Nomenklatura brutale e corrotta, spietata con i deboli, le donne, le minoranze, e che arruola i propri bambini in battaglioni di piccoli schiavi inviati a scavare i tunnel attraverso cui transiteranno i traffici fruttuosi che la arricchiranno ancora di più; di fronte all'ignoranza crassa della natura reale di un movimento di cui i Protocolli dei saggi di Sion sono uno dei testi costitutivi, e di cui è capo Khaled Meshaal, che fino a poco tempo fa lo dirigeva da una confortevole villa di Damasco, c'è una sola parola: oscenità. 

(Art. tratto dal Corriere della Sera, 22 novembre 2012)

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L'attualità di un Profeta: David Ben Gurion di Daniel Gal

Daniel Gal è stato l'ultimo titolare del Consolato di Israele in Italia con sede a Milano, ed è stato ospite di EDIPI nei nostri primi due Raduni Nazionali circa 10 anni fa.
Con lui Edipi ha mantenuto ottimi contatti, è stato invitato in molte chiese evangeliche italiane e spesso ha ricevuto gruppi di visitatori e turisti quando passavano per Gerusalemme.

 

Oggi si compie una settimana da quando Israele ha lanciato l’operazione ‘pilastro di difesa’, in seguito ai continui attacchi lanciati da Gaza dall’organizzazione terroristica Hamas contro la pacifica popolazione del sud d’Israele. 
A pochi giorni dalla energica reazione di Israele per metter fine a questo continuo rovescio di missili sul sud del paese, si è scatenata una pesante attività da parte dell’ONU e di molti stati per porre fine alla decisione di Israele di difendersi.

A questo proposito vi voglio raccontare un episodio della guerra d’indipendenza del 1948, che può proiettare una luce particolare sulla sull’attività diplomatica intensa di cui siamo testimoni oggi. L’episodio, avvenuto pochi giorni prima della dichiarazione di indipendenza dello stato d’Israele a maggio 48, mi è stato narrato alla fine degli anni 70.
David Ben Gurion e i capi della Haganà erano convinti che subito dopo la dichiarazione d’indipendenza d’Israele gli eserciti dei paesi confinanti, insieme a vari gruppi armati, avrebbero attaccato il paese per distruggerlo.
Perciò l’Haganà mandò emissari in giro per il mondo per cercar di acquistare armi e per mobilitare i volontari disposti ad arruolarsi e combattere in difesa del paese. 
L’eroe della storia, un ebreo inglese, già ufficiale di alto rango durante la seconda guerra mondiale nelle forze britanniche, fu invitato a raggiungere clandestinamente Israele per consigliare l’Haganà, vista la sua esperienza e la sua conoscenza in campo militare. 
Il capo dell’Haganà gli chiese di redigere in tempi brevissimi un rapporto sulla situazione per Ben Gurion. Accompagnato dai massimi ufficiali dell’Haganà, fece l’inventario delle magre risorse e delle armi a disposizione.
Concluse dicendo che, viste le intenzioni ostili dei paesi arabi confinanti con Israele, l’unica soluzione possibile era resistere una settimana, poi L’ONU e le grandi potenze, allarmate dal ‘disastro militare’ in Israele, sarebbero subito intervenute per porre fine alla tragedia.

Ben Gurion lo ricevette personalmente e lo ringraziò calorosamente, ma aggiunse che non era affatto d’accordo sulla conclusione. 
Secondo lui l’ONU e le grandi potenze sarebbero intervenute entro una settimana soltanto a una condizione: che Israele stesse già prendendo il sopravvento. 
Tutto il resto è storia. 
64 anni dopo, David Ben Gurion è ancora profeta in patria.

(Art. tratto da informazionecorretta.com

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Gli israeliani costretti ad una guerra di sopravvivenza - di Fiamma Nirenstein


Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein, Vice Presidente della
Commissione Esteri:

“Due giorni fa ero in Israele con una delegazione dell'Associazione
Parlamentare di Amicizia Italia - Israele da poco rientrata, dunque, mi
raggiunge la notizia dell'uccisione volontaria di tre civili innocenti
nella loro casa di Kiryat Malachi, causata dal lancio di 450 missili in
48 ore indiscriminatamente su una popolazione di un milione e mezzo di
civili del Sud. Dico "volontaria" perché è evidente che il bombardamento
è indirizzato alla popolazione civile, come sempre peraltro da quando
nell’agosto 2005 Israele ha sgomberato Gaza, oggi interamente nelle mani
dei palestinesi di Hamas. Da allora dalla Striscia, con qualche
intervallo, piove su Israele un insopportabile quantità di missili in
parte di lunga gittata (Fajr) di probabile fabbricazione iraniana, in
parte Grad, Katyusha e razzi vari”.

Continua Nirenstein: “L'Associazione ha visitato la popolazione e
portato la sua solidarietà in un kibbutz, Kfar Asa, duramente colpito
nei giorni scorsi. Abbiamo visto i bambini rinchiusi da giorni nelle
stanze blindate, le case bombardate, i negozi chiusi, la gente pronta a
raggiungere in quindici secondi i rifugi costruiti in ogni casa. Abbiamo
ascoltato episodi di morti e di feriti. La mia impressione è che gli
israeliani abbiano vissuto e vivano nelle ultime settimane una
condizione inaccettabile per qualunque Paese, incluso il nostro, in cui
si colpisce gratuitamente e con studiata crudeltà la popolazione civile.
Penso anche che l'esercito israeliano abbia cercato di contenere al
massimo il numero dei palestinesi uccisi nell'ambito dell'operazione in
corso, Israele non ha mai cercato altro che di fermare il lancio di
missili colpendo i responsabili e i nidi di armi, e che l'esposizione
volontaria che Hamas fa dei propri civili rende molto difficile
un'operazione mirata con perfezione, della qual cosa certamente ci
dobbiamo dispiacere sperando che anche Gaza un giorno pensi al proprio
sviluppo e alla propria gente piuttosto che alla distruzione di Israele.
Dall'altra parte, è chiaro che l'enorme investimento israeliano nella
vita degli abitanti con un sistema di protezione capillare, un rifugio
per ogni casa e il continuo investimento per proteggere le scuole e i
luoghi di lavoro, rendono più difficile colpire i civili. Per questo il
numero di morti è contenuto nonostante i lanci ormai continui e senza
tregua. Speriamo che quanto prima il fuoco di guerra si spenga, ma è
evidente che al di là della logica pena umana per ogni morto e ferito,
occorre che l'organizzazione terrorista Hamas cessi dalla sua insistita
determinazione a distruggere lo Stato d'Israele. Molte famiglie simili
alle nostre stanotte stanno di nuovo per affrontare una notte di incubo
nei rifugi sotto un attacco che cerca i civili per ucciderli, e a loro
va la nostra solidarietà mentre speriamo nella pace”.

 

 

(Notizia tratta da fiammanirenstein.com)

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