Menu
Rossella Genovese

Rossella Genovese

URL del sito web:

RIASSUNTO DELLA RELAZIONE DI ROSSELLA GENOVESE SULLE FESTE EBRAICHE PRESENTATA AL XIV° RADUNO NAZIONALE EDIPI DI CASERTA

Le feste sono sempre state oggetto/argomento d’interesse per studiosi come etnografi e antropologi, perché caratterizzano la cultura di un popolo. Nel passato servivano a organizzare il tempo, l’alternarsi ciclico del giorno e della notte, come anche delle stagioni. Talvolta erano intese come pause dal lavoro produttivo e nel periodo festivo veniva consumato in modo comunitario ciò che si era prodotto nei periodi lavorativi, creando unità.

Sul piano etno-antropologico, studiare le feste di una determinata comunità significa condurre ricerche non solo sulla realtà sociale, ma indagare anche sul suo mondo religioso.

Le feste costituiscono occasioni d’incontro comunitario, di scambio sociale e materiale; alcune segnano passaggi di stato che riguardano l’esistenza individuale dalla nascita alla morte (ciclo della vita).

Fin dall’antichità, tra i popoli che hanno associato al momento festivo un grande significato religioso emerge il popolo ebraico. E’ nel libro di Esodo che per la prima volta si parla di festa; una festa istituita da Dio per il suo popolo.

La festa, in questo caso, segna l’inizio della storia e della cultura del popolo ebraico.

Il popolo ebraico doveva essere purificato dalla violenza e dalla cultura egiziana e doveva essere riorganizzato per dare inizio alla sua storia. La festa diventa quindi l’elemento chiave che consente la rigenerazione del sistema.

Nello scorso raduno Edipi che si è tenuto a Caserta, abbiamo analizzato brevemente alcune feste in cui è forte il concetto di unità biblica, come lo Shabbat, considerata la festa più ricorrente e che si celebra per ricordare l’opera della creazione. Shabbat è considerato un dono prezioso dato dal Signore, un dono che unisce, ancora di più, tutti i figli di Israele, in qualsiasi parte del mondo essi siano. Altre feste in cui è celebrato il concetto di unità sono le tre feste di pellegrinaggio, (Pesach, Shavuot e Sukkoth) in cui tre volte all’anno per ogni ebreo era previsto un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme per offrire doni o sacrifici. Pesach significa «passar oltre», in ricordo della notte in cui Dio «passò oltre», cioè oltrepassò le case degli ebrei in Egitto contrassegnate dal sangue dell’agnello sacrificato, risparmiandone i primogeniti maschi.

Pesach ricorda l’intervento di Dio liberatore.

Shavuot è la festività che ricorda il dono della Torà sul monte Sinai. I comandamenti sono rivolti dal Signore ad Israele al singolare, infatti, la Torà dice che Israele si era accampato come un solo uomo e con un solo cuore per ascoltare le Sue parole. Proprio nel giorno di Shavuot, come descritto in Atti 2, ci fu la discesa dello Spirito Santo.

Sukkoth è una giornata particolarmente gioiosa, che riunisce il tema religioso con gli elementi dell'agricoltura, ha origine nella Torà e ricorda le capanne dove il popolo d'Israele viveva durante l'esodo nel deserto, dopo l’uscita dall'Egitto. La sukkà, la capanna, è come un abbraccio Divino: quando Dio vede che i Suoi figli sono uniti nonostante le loro diversità, ne gioisce e colma di benedizioni tutto Israele.

Infine, abbiamo analizzato Chanukkah, la festa delle luci, che celebra il miracolo dell’ampolla d’olio ancora pura, trovata nel Tempio, sufficiente per un solo giorno ma che durò otto giorni, che fu ritrovata dagli Asmorei dopo che gli ellenisti avevano profanato il Tempio e trova espressione nell’accensione della chanukkiah per otto sere di seguito. Il miracolo della vittoria dei pochi contro i molti, dei deboli sui forti, degli Asmorei sugli ellenisti che portò alla ri-consacrazione del Tempio. (Chanukkah vuole anche dire Consacrazione). L’elemento comune ai due miracoli è: poco olio fu sufficiente per accendere la chanukkiah per molti giorni così come pochi uomini riuscirono a resistere e a sconfiggere un esercito molto numeroso. Piccole quantità sono a volte determinanti e fondamentali nella vita di tutti i giorni.

Lo scopo di queste feste era quello di mantenere viva nella mente del popolo la storia della salvezza e la comunione con Dio e di promuovere così l’unità nazionale. Per la comunità, le feste sono occasioni per ricordare le origini e la storia del popolo ebraico, opportunità per stare con la famiglia, con gli amici e consolidare relazioni con l’intera comunità e soprattutto sentirsi più in contatto con Dio. Nonostante le numerose difficoltà che il popolo ebraico ha dovuto affrontare nel corso dei secoli per avere la propria indipendenza e il rispetto altrui, esso è riuscito a far sentire la propria voce nell’ambito delle città, delle nazioni attraverso una forte attività culturale, che viene realizzata spesso anche con eventi festivi, rimanendo fermo nei propri principi e valori che sono gli stessi di sempre. Il ruolo svolto dal movimento ebreo-messianico per l’unità del corpo del Messia deve farci riflettere individualmente e sulla base degli esempi festivi su citati, devono incoraggiarci, impegnandoci, a sperimentare le stesse benedizioni nell’applicazione degli stessi, collettivamente.

Una benedizione collettiva che abbiamo sperimentato anche in questi giorni passati assieme, condividendo la Parola di Dio, le testimonianze degli interventi di Dio, offrendo lodi e danze al Signore, sperimentando ancora una volta il Salmo 133 “Ecco, quanto è buono e quanto è piacevole che i fratelli dimorino assieme nell’unità!”.

Resoconto Giornata della Cultura Ebraica - Napoli

 

Napoli, 30 settembre 2013

 

L’evento tanto atteso, non solo dalle Comunità Ebraiche ma da tutti coloro che amano e che sostengono Israele, anche quest’anno è arrivato. Domenica 29 settembre 2013 ha avuto inizio la 14esima Giornata Europea della Cultura Ebraica, che ha visto come città capofila – Napoli -. La scelta della città partenopea è stata significativa per due eventi storici in particolare: i 150 anni dalla fondazione della Comunità Ebraica locale e i 70 anni delle Quattro Giornate di Napoli. Da un lato, i 150 anni segnano la rinascita della Comunità locale grazie al contributo protettivo ed economico della famiglia di banchieri tedeschi, i baroni Rothschild, che inizialmente adibirono come oratorio provvisorio alcuni locali della loro splendida villa, ossia Villa Pignatelli, e in seguito provvidero per diversi anni all’affitto dei locali, al restauro dell’immobile, nonché all’arredo del Tempio, quando nel 1863 la Comunità si trasferì nei locali di Via Cappella Vecchia e dove si trova attualmente. Dall’altro lato, i 70 anni dalle Quattro Giornate di Napoli, episodio storico di rivolta popolare del 1943, tramite il quale, i napoletani riuscirono a liberare la città dall'occupazione tedesca. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista. Entrambi gli eventi, quest’anno, hanno contribuito a fortificare la presenza ebraica sul territorio napoletano. Quale migliore scenario di Villa Pignatelli, presso la Riviera di Chiaia, poteva ospitare la 14esima Giornata Europea della Cultura Ebraica, che ha avuto come tema: Ebraismo e Natura. La cerimonia d’apertura si è svolta in una delle sale principali della villa, nella monumentale veranda neoclassica, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e alle altre autorità locali. Hanno dato inizio alla Giornata con un caloroso saluto il responsabile nazionale della Giornata Roberto Jarach, il Presidente della Comunità Ebraica di Napoli Pier Luigi Campagnano, il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Napoli Scialom Bahbout, il Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e il vicepresidente Sandro Temin. Tra gli ospiti anche l’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon. A valorizzare e sostenere l’evento c’era la cittadinanza interessata alla realtà ebraica e una delegazione di EDIPI, che immancabilmente è sempre presente in questi eventi a livello nazionale, in questo caso, a Napoli, rappresentata da me e da mio marito, avv. Tortora Giovanni.

Ho trovato molto interessante l’intervento del Rabbino Capo Bahbout, che ha iniziato il suo discorso spiegando che nella tradizione ebraica si dà molta importanza al rispetto (Kavod) che si deve alle autorità che rappresentano il governo del Paese, sia in modo pubblico, con le preghiere che si recitano in sinagoga ogni settimana e sia in modo privato, quando si incontrano le autorità. In questo caso, il Rabbino trovandosi al cospetto del Capo dello Stato ha pregato augurandogli che “il Signore gli conceda di ricoprire la sua carica per lunghi giorni e ispiri il suo cuore e quello dei suoi consiglieri e ministri affinché operino per il bene della collettività”.

Il Rabbino Bahbout ha continuato il suo intervento facendo riferimento al tema della Giornata, Ebraismo e Natura, sull’impegno che l’uomo deve assumersi di rispettare l’equilibrio tra uomo e natura, in quanto l’uomo non è il padrone dell’universo ma gli è stato concesso. L’equilibrio si ritrova attraverso l’osservanza dei comandamenti. L’uomo deve preservare la natura, deve custodirla, così come gli viene ordinato da Dio in Genesi.

Vorrei aggiungere a questa riflessione rabbinica quello che già ho scritto tempo fa riguardo alla Giornata della Memoria, in un articolo su “Tu Bishvat”, pubblicato sempre da Edipi, in cui sostengo che l’albero simbolicamente può rappresentare l’uomo. In questo senso, l’uomo può essere visto come un albero capovolto che ha le sue radici verso l’alto. Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto sia nelle risorse naturali che spirituali. Come l’albero prende la sua vitalità dalla terra attraverso le radici, così l’uomo deve prendere la sua vitalità dal Cielo. Come l’albero, anche l’uomo ben piantato nel Signore deve produrre buoni frutti.

E’ scritto nel Salmo 1:3 “Egli sarà come un albero piantato lungo i rivi d’acqua, che dà il suo frutto nella sua stagione e le cui foglie non appassiscono; e tutto quello che fa prospererà”.

E’ stata per me e mio marito una gioia partecipare alla Giornata Europea della Cultura Ebraica, perché abbiamo contribuito con la nostra presenza, assieme ad altri, a valorizzare e a rafforzare l’identità ebraica sul territorio, confermando sempre di più le radici ebraiche della nostra fede.

 

Shalom

 

Rossella Genovese

 

TU BISHVAT E IL GIORNO DELLA MEMORIA L’UOMO: UN ALBERO CHE DEVE RICORDARE…


 

Il 27 Gennaio, come ogni anno, ricorre il "Giorno della Memoria", un evento che ricorda lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico nei campi nazisti.

Lo scopo di tante iniziative è soprattutto quello di conservare nel futuro la memoria di un tragico periodo della storia, italiana ed europea, con la speranza che simili eventi non possano mai più accadere.

Quest’anno, le iniziative che commemorano questo giorno così importante coincidono con la festività ebraica di Tu Bishvàt, Rosh Hashanà Lailanòt, ossia il Capodanno degli alberi.

Secondo il calendario ebraico, Tu Bishvàt (metà mese di Shevàt) che cade il giorno 15 di Shevàt (gennaio-febbraio), quest’anno corrisponderebbe al nostro 26 gennaio. È una delle festività minori, cioè stabilite dall’uomo per commemorare eventi tristi o lieti della storia d’Israele.

Durante la festa di Tu Bishvàt si usa piantare alberi.

Questo gesto simbolico viene associato al desiderio del popolo d’Israele di rendere nuovamente verde un paese che è descritto come “stillante latte e miele”, metafora per indicare un terreno rigoglioso dove l'agricoltura fiorisce facilmente. In Israele, dove in genere il clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli e il giorno in cui c’è il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile. In realtà, non è il vero passaggio dall’inverno alla primavera, ma piuttosto il momento in cui finiscono le piogge torrenziali, simbolo dell’inverno, e dove inizia il primo sole che vede germogliare i mandorli.

Uno dei significati simbolici attribuito a Tu Bishvàt è la riflessione sulla natura dell’uomo. L’ uomo può essere visto come un albero capovolto che ha le sue radici verso l’alto. Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto nelle risorse naturali e spirituali. Come l’albero prende la sua vitalità dalla terra attraverso le radici, così l’uomo deve prendere la sua vitalità dal Cielo.

Come l’albero, anche l’uomo ben piantato nel Signore deve produrre buoni frutti, che in questa ricorrenza come la Giornata della Memoria, si trasformano in frutti della memoria; frutti che non devono far dimenticare cosa è successo al popolo di Dio, perché così facendo la generazione futura possa imparare a non commettere gli stessi errori o meglio gli stessi orrori.

Ogni uomo è paragonato a un albero e molti alberi sono stati sradicati nei campi di concentramento e nei ghetti durante la Shoà, per questo motivo, i sopravvissuti, tutti gli ebrei e tutti noi, dobbiamo piantarci nella casa del Signore, come è scritto nel Salmo 92: 13 “Quelli che sono piantati nella casa dell’Eterno, fioriranno nei cortili del nostro Dio”.

E ancora nel Salmo 1:3 c’è scritto: “Egli sarà come un albero piantato lungo i rivi d’acqua, che dà il suo frutto nella sua stagione e le cui foglie non appassiscono; e tutto quello che fa prospererà”.

 

Dio vi benedica

Shalom

Rossella Genovese

 


Sottoscrivi questo feed RSS