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Rinaldo Diprose

Rinaldo Diprose

Rinaldo Diprose è docente all’Istituto biblico evangelico Italiano in Roma e ha un dottorato di ricerca in teologia storica. Autore di numerosi testi, è anche il direttore responsabile del periodico Lux Biblica e collabora con varie testate evangeliche. Nella associazione EDIPI, di cui è socio fondatore, svolge il ruolo di consulente teologico. Vive a Roma, in cui risiede da quando ha avuto la cittadinanza italiana (di origine è neozelandese).

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DA AMAN A SAMBALLAT: UN PERCORSO CHE SI RIPETE

PREMESSE:

1.  Innanzitutto desidero esprimere pubblicamente la mia gratitudine al popolo ebraico per avermi fatto partecipe dei suoi beni spirituali, in particolare degli Scritti sacri, sia il Tanakh sia quelli inerenti al nuovo patto. Infatti il mio amore per il popolo d’Israele e la mia solidarietà con lo stato d’Israele, sono in gran parte frutto della benedizione ricevuta da questi Scritti sacri. Come segno di riconoscenza, la mia relazione sarà una semplice riflessione su alcuni brani del Tanakh.

2.  Il titolo “Da Aman a Samballat: un percorso che si ripete”, non vuole indicare primariamente una sequenza cronologica, anche se l’agire di Aman si riferisce a una data presumibilmente precedente alla disfatta dell’esercito persiano di Assuero (Xerxēs) nel 479  a.C. a opera dei greci (cioè a quando l’impero era ancora composto di 127 satrapi, Est 1:1). Il mandato di Neemia, invece, a cui si oppose Samballat, si colloca nel regno di Artaserse (465-424 d.C., Neemia 2:1), il successore di Assuero.  Ma il titolo vuole soprattutto riassumere ciò che questi eventi dimostrano: che una cultura di antisemitismo produce inevitabilmente l’antisionismo (tanto quello di Samballat, il Coronita, governatore della Samaria, quanto quello attuale).

 

L’ANTISEMITISMO DI AMAN

Il libro di Ester, che ci rende edotti sull’antisemitismo esistente al tempo di Assuero, si presenta come una cronaca di palazzo. Sebbene gli eventi raccontati non trovino riscontro in altri scritti dell’epoca, pervenuti fino a noi, le descrizioni dei costumi del tempo e il ritratto fatto del re (che, a motivo della propria debolezza, dipendeva molto dai consiglieri intorno a lui) sono veritieri. Quindi non ci sono motivi per dubitare della fondatezza del racconto. Ne consegue che anche la descrizione degli atteggiamenti assunti nei confronti degli ebrei può essere considerata rappresentativa di come stavano i fatti.

Più di cento anni prima di questi fatti il re babilonese Nabucodonosor aveva cercato di cancellare la testimonianza dei Giudei al vero Dio, distruggendo il tempio di Gerusalemme e portando gran parte dei superstiti del popolo in esilio. Sennonché profeti come Geremia e Ezechiele avevano continuato il loro ministero durante gli anni dell’esilio, incoraggiando il popolo a mantenere la loro identità e la loro testimonianza a YHWH in terra straniera. Le storie di Daniele, Anania, Misael e Azaria, dimostrano che ciò avvenne.

Cento anni dopo i fatti raccontati nel libro di Daniele, Aman, l’Agaghita, reagì con rabbia al comportamento di un altro Giudeo, di nome Mardocheo, che “non s’inchinava né si prostrava” davanti a lui, cosa che tutti gli altri ufficiali del re facevano puntualmente. Sentendosi offeso, Aman voleva Mardocheo morto ma, quando scoprì che si trattava di un Giudeo, volle cogliere l’occasione anche per “distruggere il popolo di Mardocheo, cioè tutti i Giudei che si trovavano in tutto il regno d’Assuero” (Ester 3:6). Quando presentò il suo progetto al re, per ottenere la sua approvazione, lo motivò in questi termini: “C’è un popolo separato e disperso fra i popoli di tutte le provincie del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re; non è quindi interesse del re tollerarlo” (v. 8).

Il motivo dietro l’antisemitismo di Aman, che convinse il re ad autorizzare lo sterminio di tutti i Giudei, era il loro attaccamento alla Torah, che non era altro che la manifestazione pratica del rapporto speciale che avevano con Dio. Quasi mille anni prima questo rapporto particolare che Israele aveva con Dio aveva trattenuto Balaam, che il re moabita voleva pagare affinché maledicesse Israele. Balaam disse: “Come farò a maledirlo se Dio non l’ha maledetto? Come farò a imprecare se il SIGNORE non ha imprecato? Io lo guardo dalla sommità delle rupi e lo contemplo dall’alto dei colli; ecco, è un popolo che dimora solo e non è contato nel numero delle nazioni” (Numeri 23:8-9). Dopo il secondo invito a maledire Israele, Balaam disse: “Il SIGNORE, il suo Dio, è con lui e Israele lo acclama come suo re” (v. 22).

Questo rapporto speciale ebbe inizio al tempo di Abraamo. Infatti quando, al tempo di Mosè, Dio si ricordò degli Israeliti che erano ridotti a vivere come schiavi in Egitto, ciò fu a motivo del patto che aveva fatto con i loro padri, Abraamo, Isacco e Giacobbe (Esodo 2:23-25). In virtù di questo patto Israele divenne il popolo eletto (Deuteronomio 7:6-8), uno status che lo distingueva da tutti gli altri popoli della terra (Amos 3:1-2), un fatto che non era sfuggito agli abitanti di Canaan ai tempi dell’Esodo (cfr. Giosuè 2:8-11).

Il comportamento di Aman suggerisce che l’identità di popolo eletto genera uno spirito di gelosia nelle altre nazioni, nei confronti di Israele, che poi produce un latente antisemitismo nei loro confronti. Questo rende la vita difficile nonché pericolosa per il popolo d’Israele, come ebbe a  lamentarsi Tevye, il protagonista del famoso film “Il Violinista sul tetto” quando disse, guardando verso il cielo: “So che siamo il popolo eletto ma non potresti chiamare qualcun altro, qualche volta?!”

Ma se è vero, com’è vero, che lo status di popolo eletto rende la vita difficile e pericolosa per Israele, essere il popolo eletto costituisce pure un’arma di protezione. Infatti quando le fortune di Aman e Mardocheo iniziarono a invertirsi, la moglie di Aman, insieme con i “saggi” della Persia, ebbero questo da dire ad Aman:  “Se Mardocheo davanti al quale tu hai cominciato a cadere è della razza dei Giudei, tu non potrai resistergli. Soccomberai davanti a lui” (Ester 6:13). La festa di Purim (eb םירופ), ovvero, La festa delle sorti, celebrata il 14 e 15 del mese di Adar (8-9 marzo, 2013), ricorda che le cose sono andate effettivamente così (cfr. Levitico 26:44-45 e Deuteronomio 30:7).

L’antisionismo di Samballat e Tobia

Pochi decenni dopo i fatti raccontati nel libro di Ester, Neemia ricevette dal re persiano Artaserse delle lettere che lo autorizzavano a riedificare le mura di Gerusalemme. Queste lettere andavano consegnate ai governatori d’oltre fiume, affinché lo lasciassero entrare in Giuda, e ad Asaf, guardiano del parco del re, affinché desse a Neemia del legname “per costruire le porte della fortezza annessa al tempio del SIGNORE, per le mura della città” nonché per la casa in cui lui stesso avrebbe abitato (Neemia 2:7-8). La reazione dei governatori, quando Neemia consegnò loro le lettere, era tipico dello spirito antisionista, ovvero della non volontà che la mura di Gerusalemme venissero ricostruite per ridare ai “figli d’Israele” una vita dignitosa. Neemia racconta: “Quando Samballat, il Coronita, e Tobia, il servo ammonita, furono informati del mio arrivo, furono molto contrariati dalla venuta di un uomo che cercava il bene dei figli di Israele” (v. 10).

Dopo aver trascorso tre giorni a Gerusalemme, nei quali fece una ricognizione dettagliata per rendersi conto di persona dello stato in cui si trovavano le mura della città, Neemia si presentò alle autorità giudaiche dicendo: “Voi vedete in che misera condizione ci troviamo; Gerusalemme è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco! Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme, e non saremo più nella vergogna!” Inoltre raccontò loro di come la benefica mano di Dio fosse stata su di lui, con il risultato che re Artaserse aveva appoggiato il progetto della ricostruzione (Neemia 2:17-18; 4:1-3).

In un primo momento l’opposizione di Samballat, Tobia e Gherem, l’Arabo, prese la forma di beffe nei confronti dei Giudei, con l’insinuazione che essi volessero ribellarsi al re (Neemia 2:19). Anche oggi non di rado i nemici d’Israele insinuano che abbia delle cattive intenzioni (come ne I Protocolli di Sion, un falso pubblicato in Russia nel 1903). Neemia rispose ai suoi avversari che intendeva andare avanti perché, disse: “il Dio del cielo ci farà ottenere successo” (Neemia 2:20).

In un secondo momento l’opposizione prese la forma di veri e propri attacchi di carattere fisico, per cui Neemia dovette prendere dei provvedimenti per assicurare l’incolumità dei lavoratori (Ne 4:7-23). Non sarebbe stato comodo lavorare con una spada in una mano e un arnese nell’altra, ma fu una misura necessaria. Similmente, da quando David ben Gurion annunciò la nascita dello stato moderno d’Israele il 14 maggio 1948, il governo d’Israele ha dovuto occuparsi contemporaneamente dello sviluppo dell’economia e la difesa della nazione, un compito oneroso  che non conosce tregua dopo sessantacinque anni.

In terzo luogo, quando il lavoro sulle mura era quasi terminato, l’opposizione prese la forma di una proposta di intavolare delle trattative di pace (Neemia 6:1-4). Neemia commenta: “Essi volevano farmi del male” (v. 4). Similmente, a seguito delle vittorie di Israele sui suoi nemici, nelle guerre mosse contro di lei dal 1948 al 1973, sono state intraprese delle trattative di pace fra Israele e i popoli confinanti, tentativi viziati dal non riconoscimento del suo diritto d’Israele di esistere (nonostante la legge internazionale lo stabilì a San Remo nel 1920 e la Società delle Nazioni lo confermò nel 1922). In queste trattative non è mancata la volontà di “fare del male” a Israele (come si è visto, ad esempio, all’indomani del ritiro d’Israele dalla striscia di Gaza nel 2005).

Infine, quando neanche il terzo tentativo sortì l’effetto desiderato, Samballat e Tobia tentarono di delegittimare Neemia, inviando delle lettere contenenti delle false accuse, avvalendosi di falsi profeti che proferivano parole calcolate a spaventare Neemia (Neemia 6:5-7,14,19). A ciò corrispondono, in tempi moderni, le risoluzioni dell’ONU contro Israele (ben 73 entro 2002). In più Tobia fece leva su rapporti di parentela e sul giuramento che alcuni “notabili di Giuda” gli avevano fatto, nel tentativo di neutralizzare il valore dei lavori di ricostruzione (6:17-19). Anche oggi, fra le file del popolo ebraico, ci sono persone pronte a schierarsi con i nemici d’Israele.

Ma, nonostante tutto, le mura di Sion furono ricostruite e la storia d’Israele nella Terra Promessa si riprese. La testimonianza di Neemia, dopo tutto ciò che era successo, può servire a rasserenare gli spiriti di quanti osservano con preoccupazione il crescente antisionismo dei nostri tempi ma credono ancora nelle promesse di Dio riguardanti la restaurazione di Israele nella Terra Promessa. Neemia racconta: “Le mura furono portate a termine il venticinquesimo giorno di Elul, in cinquantadue giorni. E quando tutti i nostri nemici lo seppero, tutte le nazioni circostanti furono prese da timore, e provarono una grande umiliazione perché  riconobbero che questa opera si era compiuta con l’aiuto del nostro Dio” (Neemia 6:15-16).

 

Conclusione

L’assegnazione della Terra Promessa a Israele è un aspetto importante del patto che Dio “fece con Abraamo, del giuramento che fece a Isacco, che confermò a Giacobbe come uno statuto, a Israele come un patto eterno” (Salmo 105:9-11). Il Salmista testimonia: “Egli, il SIGNORE, è il nostro Dio; i suoi giudizi si estendono su tutta la terra, Egli si ricorda per sempre del suo patto, della parola da lui data per mille generazioni” (vv. 7-8).

Dio lega il proprio onore alla promessa di restaurare Israele nel proprio territorio. A questo proposito, “il SIGNORE, Dio, il Santo d’Israele”, rivolgendosi a Israele, dichiara: “non temere, perché io sono con te; io ricondurrò la tua discendenza da oriente, e ti raccoglierò da occidente. Dirò al settentrione: «Da’!» E al mezzogiorno: «Non trattenere»; fa’ venire i miei figli da lontano e le mie figlie dalle estremità della terra: tutti quelli cioè che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati, che ho fatti” (Isaia 43:3-7).

Ne consegue che l’antisionismo, ovvero il tentativo di delegittimare la restaurazione d’Israele nella Terra Promessa, non va visto soltanto come l’aspetto politico dell’antisemitismo. L’antisemitismo al tempo di Balaam e di Aman, come pure l’antisionismo al tempo di Neemia, furono delle manifestazioni circostanziate di uno spirito di ribellione contro il vero Dio. Così anche oggi l’antisionismo, ovvero il disconoscere nella storia recente d’Israele l’adempimento di antiche profezie come Isaia 43:5-7, significa mettersi in conflitto con il piano di Dio.

Ciò a cui va incontro chi assume atteggiamenti come quelli di Samballat e Tobia, a proposito di ciò che Dio sta facendo oggi in relazione al popolo eletto e alla Terra Promessa, fu definito da Dio quando rivelò ad Abraamo il ruolo speciale che la sua discendenza avrebbe avuto nella storia. Dio disse: “Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti tratterà con leggerezza [eb קָלַל, qalal]” (Genesi 12:3).

Quanto a Israele, valgono ancora le parole scritte in Levitico 26: 44-45. Eccole: “Io sono il SIGNORE loro Dio … per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il SIGNORE”.

Rinaldo Diprose (PhD)

Istituto Biblico Evangelico Italiano, aprile 2013

L’Alijah e Israelologia

Pomezia, Convegno Internazionale, EDIPI, 7 dicembre, 2012

Il ritorno degli Ebrei nella Terra Promessa (eb. alijah) è una forte prova della fedeltà di Dio e del perdurare dello status di elezione del popolo d’Israel. Accennato già nella Legge di Mosè (Le 26:44-45) e profetizzato dai profeti d’Israele, il ritorno degli Ebrei nella Terra Promessa ha origine nel pensiero di Dio e la sua realizzazione è un’opera di Dio. A questo proposito, nel 1985 Benjamin Netanyahu (all’epoca ambasciatore israeliano all’ONU) disse: “Il Sionismo è l’adempimento di antiche profezie”.

In una delle queste antiche profezie a cui Netanyahu fa riferimento, l’alijah figura come una cosa così certa da figurare come un esempio della fedeltà di Dio che si manifesta in opere potenti nella storia d’Israele. Ecco le parole del profeta Geremia: “«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui non si dirà più: ‘Per la vita del Signore che condusse i figli d’Israele fuori dal paese d’Egitto’, ma: ‘Per la vita del Signore che ha portato fuori e ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dal paese del settentrione, e da tutti i paesi nei quelli io li avevo cacciati; ed essi abiteranno nel loro paese»” (Gr 23:7-8). Ai tempi nostri l’Alijah è ancora in corso, però possiamo già celebrare la fedeltà di Dio nei termini descritti da Geremia.

Ci credeva anche l’evangelista italiano Carlo Antonio Zanini centoquarantacinque anni fa quando si incontrò con alcuni rabbini, fra cui Marco Mortara, nella biblioteca di Mantova, per dialogare su temi biblici. Uno di questi temi fu il ritorno di Israele nella Terra Promessa. Va ricordato che a quei tempi (1867-1872) la situazione storico-politica del Medio Oriente sembrava escludere la possibilità dell’Alijah, a motivo del dominio dell’impero Ottomano. Ma simili ostacoli non sono un ostacolo alla Divina Provvidenza! Intanto, forse influenzato dal dominio ottomano, un Concilio di rabbini tenuto a Vienna nel 1871, patronato dalla sinagoga di Wasserstrasse), deliberò che gli ebrei non dovevano pensare più a un ritorno nella terra dei loro padri, piuttosto avrebbero dovuto approfittare della Diaspora per diffondere l’idea di fratellanza fra le nazioni. A Mantova tre posizioni sull’argomento emersero:

  • Il rabbino capo, Marco Mortara, rispecchiando le convinzioni espresse a Vienna, escluse un ritorno d’Israele nella Terra Promessa. Anche un osservatore cattolico, influenzato dalla teologia della sostituzione, escluse l’Alijah.

  • Giuseppe Jaré (in seguito rabbino capo a Ferrara) all’epoca si astenne dall’esprimere un’opinione ma anni dopo espresse l’opinione che “nella pienezza dei tempi“ gli ebrei sarebbero tornati in patria per mezzo della Divina Provvidenza.

  • Lo Zanini, sulla base delle Scritture profetiche (ne citò ben 43 brani), espresse la convinzione che Israele sarebbe tornato in patria prima della fine dei tempi, in uno stato di incredulità. Citava brani come Ezechiele 36:23-25: “le nazioni conosceranno che io sono il Signore, dice il Signore Dio, quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli”. Lo Zanini era convinto che la sua generazione avrebbe visto i primi segni di quest’adempimento, il che avvenne. Infatti lo Zanini era ancora in vita al tempo del primo congresso sionista di Basilea nel 1897, evento che lui commentò sulla rivista Italia Evangelica (XVII/42, 16 ottobre 1897).

Intanto, dieci anni prima, ad Alessandria (nel 1886-1888), lo Zanini, convinto com’era che l’Alijah faceva parte del piano di Dio per Israele, aveva tentato di lanciare una fratellanza, a carattere internazionale, in favore degli Ebrei, per assisterli nel loro ritorno in patria. Furono le sue convinzioni bibliche, oltre che la sua sensibilità umana a portarlo ad occuparsi di questo progetto. Sono le stesse motivazioni che, 125 anni dopo, spronano le persone presenti a questo Raduno Internazionale organizzato dall’EDIPI a interessarsi dell’Alijah. Purtroppo lo Zanini dovette abbandonare il progetto 125 anni fa a motivo della forte opposizione della comunità ebraica! ma Dio avrebbe guidato altri, Sionisti, ebrei e cristiani, a intraprendere simili progetti e quindi a essere partecipi nella realizzazione di quanto profetizzato dai profeti.

Il mio corso Israele e la chiesa, in dodici lezioni (disponibile dall’IBEI, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) comprende alcuni lezioni di Israelologia biblica e altre sugli sviluppi che hanno visto la Cristianità trascurare il piano di Dio per questo popolo e l’importanza dei due avventi del Messia. Il corso può essere seguito sia da persone singole sia da gruppi di persone che desiderano acquisire una conoscenza matura sull’argomento, in una prospettiva biblica.

Rinaldo Diprose PhD

Istituto Biblico Evangelico Italiano

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