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Israele, stella polare della politica estera italiana - Fiamma Nirenstein

Israele, stella polare della politica estera italiana - Fiamma Nirenstein

Israele, stella polare della politica estera italiana

/Il testo dell'intervento dell'On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente
della Commissione Esteri, tenuto oggi in occasione dell’audizione di
Giulio Terzi di Sant’Agata, Ministro degli Affari Esteri, sull’esito del
voto presso l’Assemblea Generale dell’ONU in ordine al riconoscimento
all’Autorità palestinese dello status di Paese non membro.
/
/Sulla WebTV della Camera dei Deputati la registrazione dell’audizione:
/http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Commissioni/Dettaglio?IdEvento=5520


Il Ministro Terzi è fra coloro che hanno sempre compreso il pieno
significato culturale e strategico della difesa di Israele. Qui
affrontiamo il punto di gran lunga più delicato della storia di questi
cinque anni in politica estera, un evidente cambio di linea, una svolta
voluta da Palazzo Chigi contro ogni possibile previsione e ragione
evidente nel comportamento del precedente Governo e del Parlamento. Tale
scavalcamento è avvenuto in modo scioccante, dopo che questo Parlamento
aveva compiuto decine di gesti di speciale amicizia e comprensione nei
confronti di un Paese sempre assediato non solo da nemici fisici, ma da
un odioso lavorio di delegittimazione.

Chi vuole ritrovare le tracce della strada percorsa negli anni
precedenti, innanzitutto vedrà la nostra immagine rovesciata nello
specchio dell’atteggiamento italiano del settembre 2011 all’ONU, dove fu
espressa una posizione opposta a quella odierna. Possiamo inoltre
ricordare il voto contro la partecipazione a Durban 2, una odiosa
ripetizione del raduno dell’ONU contro il razzismo che si trasformò in
raduno razzista contro Israele; la disapprovazione della relazione
Goldstone sulla guerra di Gaza, poi ripudiata da lui stesso; i 250
iscritti all’Associazione di Amicizia Parlamentare Italia - Israele; la
partecipazione di tutte le parti politiche a manifestazioni quali “Per
la Verità, per Israele” indette proprio per controbattere gli stigma che
piovono su Israele senza sosta; il lavoro della Commissione d’Indagine
Parlamentare sull’Antisemitismo che ha rilevato senza ombra di dubbio il
nesso fra antisemitismo e diffamazione di Israele; il minuto di silenzio
che solo il nostro Parlamento ha osservato raccogliendosi, diversamente
da ogni altro Paese d’Europa, in un minuto di silenzio per gli atleti
israeliani vittime della strage di Monaco del ‘72.

Si, Palazzo Chigi ha deciso per una svolta dell’intera politica estera
italiana. Le ragioni concettuali sono evidenti. La ratio basilare con
cui l’Italia ha votato all’ONU la risoluzione che stabilisce che la
Palestina sia riconosciuto come Stato Osservatore nasce da un aspetto
della propaganda palestinese che è stato sistematicamente diffuso dalla
leadership di Fatah prima del voto: l’idea era che una volta ottenuto
l’upgrating la Palestina di Mahmoud Abbas avrebbe rinnovato le
trattative con Israele. Il Time Magazine riportò in quei giorni che
“Abbas ha promesso di ritornare al dialogo appena ci sarà stato il voto
alle Nazioni Unite”.

Questa motivazione era legata a doppio filo a un’altra idea: quella che
dopo la guerra fra Hamas e Israele, andasse ritemprata la parte moderata
con un’azione di empowerment che la rimettesse in condizione di
rappresentare la maggioranza dei Palestinesi.

Purtroppo niente di tutto ciò è si è realizzato, né, a detta dei più
importanti analisti, si realizzerà. Bastava intanto, cosa che non credo
che in molti abbiano fatto all’Assemblea Generale, ascoltare il discorso
di Abu Mazen per capire che la leadership palestinese gioca su un
terreno di irrecuperabile estremismo. A palesarlo sono stati l’uso delle
parole "martiri, aggressione, occupazione, brutalità, omicidio, pulizia
etnica", la negazione dell’appartenenza ebraica alla regione, la
ripetizione del termine Nakba, disastro, riferendosi alla partizione del
1948, l’espressione crimini di guerra, la mancanza assoluta di qualsiasi
segnale di distanza, se non di disapprovazione dal lancio indiscriminato
di missili sulla popolazione innocente del sud d’Israele, la mancata
rinuncia al terrorismo che pure è un bastione della politica palestinese
dal suo inizio. Anzi Abu Mazen ha riaffermato che i suoi “inalienabili
diritti” si riferiscono ai territori del ‘67, precondizione mai usata ai
tempi di Rabin o di Barak o di Olmert... il diritto al ritorno è stato
lasciato dov’era, ovvero Israele dovrebbe essere sommersa da un numero
di pronipoti dei profughi del ‘48; nella sede dell’ONU è stata
organizzata proprio in questi giorni una mostra in cui campeggiano mappe
della Palestina che copre tutto il territorio di Israele, l’ipotesi di
due Stati non si configura nemmeno lontanamente, ma solo quella della
sparizione di Israele. In realtà è stata posta la premessa per quello
che è avvenuto nei giorni successivi.

Infatti, nei giorni successivi le manifestazioni di gioia, le prese di
posizioni dei leader palestinesi non hanno echeggiato neppure
lontanamente quello che ci si poteva aspettare, ovvero una sensazione di
soddisfazione accompagnata da un desiderio di conciliazione. Le
manifestazioni inneggiavano ai missili kassam che avevano da poco
colpito Tel Aviv, agli shahid della jihad, e in onore della vittoria
veniva composta una canzone suonata alla radio ufficiale dell’Autonomia
Palestinese “Voice of Palestine” che dice “Abbiamo accettato la morte
per riavere Gerusalemme, noi siamo bombe, amici, quando la patria
chiama. Il mio cuore è esploso con furia e ha lanciato le sue schegge
decapitando il nemico”. Un’ode al terrorismo suicida.

Negli stesi giorni molti detenuti di Hamas sono stati rilasciati ed è
notizia di poche ore fa che mentre Hamas sta riattivando le proprie
cellule in sonno nel West Bank si costruisce l’unità fra le due parti
della politica palestinese: Hamas e Fatah. Khaled Mashaal fra un invito
e l’altro a uccidere gli ebrei prometteva di tornare ad essere parte
dell’OLP e prometteva una nuova alleanza con Fatah. Non si può ignorare
che una vittoria di Hamas si è già compiutasi in parecchie città. Hamas
non è stato messo in sottordine, ma esaltato dalla nuova posizione
palestinese. Abbas dava intanto per la prima volta a Mashaal il permesso
di tenere un grande rally di celebrazione dei 25 anni di Hamas sul suo
territorio.

L’idea che si stia preparando una terza Intifada è ormai ampiamente
discussa sia fra i palestinesi che fra gli israeliani: come era
prevedibile, ed è stato previsto, il dualismo “guerra di sangue, guerra
diplomatica” ha avuto un effetto di galvanizzazione estremista anche su
Abu Mazen, che per controbattere il successo di Hamas si è posto in
gara, è stato lodato da Mashaal esattamente come Abbas ha lodato il
comportamento eroico di Hamas in guerra, due successi paralleli, che si
uniscono in una prospettiva strategica che era prevedibile, e che è
stata esaltata dal voto all’ONU.

Era evidente che spingere due parti a trattare per la pace significa
avere il coraggio di costringerli a sedersi uno di fronte all’altro, è
talmente evidente che l’unilateralismo cancella la trattativa che è
inutile qui ripeterlo, anche se c’è chi non lo vuole sentire. Ma è
indispensabile stabilire le responsabilità storiche delle due parti.
Barak si sentì dire di no, Olmert ad Annapolis ha subito la stessa
sorte, Netanyahu sgomberò Hebron, fece gli accordi di Wye Plantation ma
aspettò per dieci mesi Abu Mazen avendo blocato gli insediamenti senza
che il capo palestinese si presentasse, è la vittima designata oggi di
critiche che penso avviliscono più chi le fa che chi le riceve.

Era ovvio che al terribile oltraggio che l’Europa ha inferto a Israele,
esso rispondesse con la conferma della propria presenza difensiva nella
zona intorno a Ma’ale Adumim, sulla strada fra Gerusalemme e Jerico, o
Gerusalemme e la Giordania con tutto quello che segue, Iraq, etc, etc.
Israele ha solo reagito riaffermando il suo senso di pericolo, la sua
decisione a non lasciare territori se non in cambio di garanzie di
sicurezza come per altro garantite dalla risoluzione 242 e 338, che
parlano come tutti sanno, di “territori” e non “dei territori”.

Ho detto più volte in questi giorni come Palazzo Chigi abbia scavalcato
il Parlamento che in questi anni aveva stabilito una nuova linea di
condotta. Voglio dire con molta forza che questa rottura è anche
epistemologica e morale, e non solo politica, comunque tutt’altro che
tecnica. Prima di tutto era molto importante tener un punto all’ONU, che
tutti sanno essersi trasformato negli anni e con le sue maggioranze
automatiche in una fonte di fraintendimenti fatali per il mondo intero,
l’organizzazione la cui Commissione per i Diritti Umani non si è mai
occupata se non cosmeticamente con due chiacchiere di Cina, di Cuba, di
Darfur, di Cecenia, di Siria, di Tibet, di Arabia Saudita, che nel 1975
mentre si svolgevano stragi epocali comminava la risoluzione "sionismo
eguale razzismo", che dedica quasi il cento per cento delle sue
risoluzioni a Israele.

Adesso si è lasciato che un grande numero di Stati che non riconoscono
Israele abbiano avuto voce per riconoscere la Palestina. Nessuno ha
sollevato il punto che avrebbe potuto votare solo chi riconosceva Israele.

Più in generale voglio dire che l’Onu si è trasformato in questi anni in
un tribuna per la negazione della Shoah, per la predicazione della
distruzione atomica di Israele... e noi lasciamo che prosegua su questa
linea, senza cercare di riportarlo su una linea di ragionevolezza.

Ragionevolezza e buon senso questo è quello che nel corso di questi anni
il Parlamento aveva acquisito. Di fronte a un mondo che veste gli
infanti da terroristi suicidi, che invita a uccidere, che inneggia alla
morte, un Paese che con tutti i difetti che può avere una democrazia
assediata in questi giorni ha assistito a una dura polemica
nell’esercito perché ai soldati è proibito di difendersi duramente anche
sotto una graugnola di armi improprie spesso mortali, che conta a
milioni le vite salvate col suo intervento nei paesi del Terzo Mondo,
contro la fame e contro le malattie, contro le calamità naturali, che ha
una società in cui l’integrazione delle lingue, delle tradizioni delle
razze è il quid basilare, che negli anni ha provato in ogni modo il suo
attaccamento alla democrazia, anche nei momenti in cui in genere la
democrazia va perduta... La valanga di delegittimazione che ogni giorno,
con uso di vasti mezzi gli viene rovesciata addosso, è gigantesca. Noi
speriamo che l’Italia in un momento come questo, in cui il Medio Oriente
è in bilico per motivi completamente diversi e lontani dal conflitto
israelo-palestinese sappia recuperare il diritto di Israele
all'esistenza e all’autodeterminazione tornando ad essere la stella
polare della sua politica internazionale.

 

(art. tratto da www.fiammanirenstein.com )

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