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Attualità

Attualità (530)

Vittoria islamica in vaticano: il papa è caduto in una trappola nella sua preghiera interreligiosa

Il jihad declamato nei giardini del Vaticano Invitato in Vaticano a pregare per la pace, il rappresentante musulmano non ha potuto fare a meno di aggiungere un versetto che invita alla guerra. Letto sul blog d'Yves Daoudal: "Bernard Antony è stato il primo francofono a notarlo e a commentarlo, ed è ancora l'unico nel momento in cui lo scrivo. Era stato messo in guardia da una musulmana convertita, stupefatta di sentire il rappresentante musulmano, nei giardini del Vaticano, durante la preghiera per la pace, recitare (ovviamente in arabo) le ultime parole della seconda sura: "Tu sei la nostra guida, concedici la vittoria sui popoli infedeli". La seconda sura, la più lunga, è una specie di riassunto pot pourri del Corano e della sharia. È molto condiscendente verso il jihad, ma è soprattutto antiebraica e anti cristiana. È in questa sura che si trova scritto (versetto 191): "ed uccideteli ovunque li incontriate (...) l'associazione è più grave dell'omicidio (...) e combatteteli finché non ci sia più associazione e la religione sia solo per Allah. (L'associazione è la Trinità). Uno scrittore egiziano - tedesco, Hamed Abdel-Samad, anch'egli stupefatto di ascoltare queste parole, ha scritto sulla sua pagina Facebook: "Nei giardini del Vaticano il chierico musulmano conclude la sua preghiera col versetto: "Che Allah ci aiuti a riportare la vittoria sugli infedeli. Io chiamo questa una preghiera per la pace!" (...) È inutile chiedersi chi ha lasciato passare questo appello alla vittoria sui popoli kafir (o kufar). Il testo delle preghiere era stato pubblicato in molte lingue, e naturalmente questo versetto non c'era. È il rappresentante musulmano che, all'ultimo momento, ha aggiunto ciò che doveva aggiungere per essere un buon musulmano..." (Art. tratto da Notizie su Israele del 14 giugno 2014)

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Ho seguito la cerimonia della Preghiera perla la Pace - Faccia da funerale - Il papa ha difeso Israele?

A latere dell'incontro tra Peres, il Papa e Abu Mazen riportiamo tre valutazioni e i commenti di Marcello Cicchese su quello del prof Ugo Volli e di Fiamma Nirenstein.

Ho seguito tutta la cerimonia delle 'Preghiere per la Pace'... da Israele, il commento di Deborah Fait

E' servita a qualcosa? Cartoline da Eurabia di Ugo Volli

Il papa ha difeso Israele? Di Fiamma Nirenstein

"Il Papa non ha fatto magie ma ha difeso Israele", è questo il titolo di un articolo di Fiamma Nirenstein, comparso oggi sul quotidiano Il Giornale. Ne riportiamo uno stralcio: "L'onda mediatica è stata enorme e priva di minacce, aggressioni, critiche. Netanyahu ha taciuto dimostrandosi diplomatico: Abu Mazen ha appena stretto un'alleanza con Hamas, che solo ieri notte ha di nuovo sparato un missile da Gaza. Israele è scioccata dalla sua mossa, ed egli ha avuto fortuna a legittimarsi nell'evento Papale. Non si può tuttavia dire che Francesco abbia voluto favorirlo. E evidente il suo interesse ad apparire giusto con i contendenti, perché questo è ciò che garantisce il buon mediatore. Ma considerare che la fermata davanti al muro di Betfemme che impedisce ai terroristi l'ingresso ma che i palestinesi vogliono rendere simbolo di apartheid, abbia segnalato una preferenza verso i palestinesi, non funziona. Il Papa ha deciso, primo nella storia, di visitare la tomba di Theodor Herzl, fondatore del sionismo, attribuendogli un significato spirituale alla presenza del popolo ebraico qui, riconoscendo che Israele è la sua patria. Del resto aveva nella sua prima enciclica riconfermato che «il patto degli ebrei (sulla terra) con Dio non è mai stato revocato» e ha dedicato parole fortissime all'antisemitismo. Francesco parla volentieri delle comuni origini di ebraismo e cristianesimo. Il Papa ha anche mostrato il suo apprezzamento per il fatto che in Israele «lavora e vive una varietà di comunità cristiane», sa che è l'unico Paese mediorientale in cui i suoi da 34mila nel '49 sono diventati 161mila nel 2013, mentre intorno emigrano o sono perseguitati. Per la Chiesa l'incontro è stato un'occasione di mostrare vitalità, universalismo, con una evidente tendenza a fare da arbitro, vedremo il seguito." Il papa ha difeso Israele? Sì, certo, ma ha difeso anche Abu Mazen. Ha difeso et Israele et Abu Mazen. Ha difeso Israele, perché ha visitato la tomba di un ebreo morto: Theodor Herzl. E ha difeso Abu Mazen, perché ha visitato il muro che i palestinesi vorrebbero vedere abbattuto per poter fare qualche morto ebreo in più. Non è significativa questa predilezione per gli ebrei morti? Il papa ha attribuito alla visita alla tomba di Herzl un significato spirituale? Quale? L'ha detto esplicitamente Bergoglio? O ha lasciato che alcuni lo interpretassero a loro modo, senza impedire che altri lo interpretassero in modo diametralmente opposto? E' così che si pronuncia la CCR (Chiesa Cattolica Romana), questo è lo stile che si addice al suo universalismo: includere la totalità delle interpretazioni possibili e riservarsi di precisarle a sua discrezione a seconda delle occasioni. Bisogna dirlo: quando noi cristiani ci avventuriamo in considerazioni e valutazioni sommarie su quello che si pensa e si fa nel mondo ebraico, spesso diciamo un cumulo di sciocchezze, ed è raro purtroppo che ce ne rendiamo conto. Bisogna dire però che avviene anche l'inverso: ci sono ebrei che ogni tanto si avventurano in considerazioni e valutazioni su quello che avviene nel mondo cristiano e spesso, anche se riescono a percepire e comprendere molte cose interessanti, non si accorgono di non aver capito o di aver frainteso quello che è veramente essenziale. In entrambi i casi le conseguenze di questo tipo di incomprensione possono essere drammatiche. M.C. (Notizie su Israele, 10 giugno 2014)

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Il coraggio del premier Abbott. Viva l'Australia!

È il primo Paese occidentale a compiere questo passo, suscitando le ire dei palestinesi. Il premier Abbott: «La definizione non giova al processo di pace». di Maurizio Molinari Tony Abbott L'Australia è il primo Paese occidentale che cessa di definire "occupata" Gerusalemme Est compiendo un passo che suscita le ire del governo palestinese. Il premier di Canberra, Tony Abbott, ha deciso in particolare di rinunciare al termine "occupati" per far riferimento ai quartieri ebraici costruiti a Gerusalemme Est dall'indomani del giugno 1967, quando la città venne riunificata da Israele al termine della Guerra dei Sei Giorni. La tesi espressa dai portavoce del governo australiano è che la definizione di "occupati" «non giova in un momento in cui il processo di pace può ancora svolgersi». Il passo arriva al termine di un teso dibattito nel Parlamento di Canberra sul tema della legalità degli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est e in Cisgiordania che ha visto il ministro della Giustizia, George Brandis, affermare: «La descrizione di Gerusalemme Est come "occupata" ha implicazioni peggiorative che non sono né appropriate né utili» e dunque «il governo australiano non deve usare tale linguaggio per riferirsi ad aree oggetto di negoziato». Numerosi senatori dell'opposizione hanno contestato tale approccio ricordando che l'Australia ha approvato in passato risoluzioni dell'Onu in cui si definisce "occupata" Gerusalemme Est e che dunque cambiare posizione implica una "svolta massiccia" nella politica estera nazionale. Ma Brandis ha ribadito la tesi del governo, già emersa in coincidenza con la decisione del ministro degli Esteri, Julie Bishop, di autorizzare il proprio ambasciatore in Israele, Dave Sharma, ad incontrare il ministro israeliano dell'Edilizia, Uri Ariel, in un edificio governativo proprio a Gerusalemme Est. In quell'occasione proprio Bishop aveva fatto riferimento alla Cisgiordania come a territori "contesi" in considerazione delle perduranti trattative fra israeliani e palestinesi sul loro status finale, sottolineando che non avrebbe più definito "illegali" gli insediamenti ebraici. La svolta australiana sugli insediamenti è iniziata in settembre, dopo la vittoria della coalizione liberal-nazionale di Tony Abbott sul partito laburista di Kevin Rudd, portando in novembre a due astensioni su altrettante risoluzioni Onu che condannavano gli insediamenti. La reazione del governo dell'Autorità palestinese al nuovo approccio di Canberra è arrivata con una lettera di Saeb Erakat, capo negoziatore, a Bishop nella quale di attribuisce all'Australia una "possibile complicità con Israele nelle perduranti violazioni della legge internazionale compiute nei Territori" di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza che l'Assemblea Generale dell'Onu ha riconosciuto parte integrante del territorio dello Stato di Palestina. «Ci rivolgeremo alla Lega Araba ed all'Organizzazione della Conferenza Islamica - conclude Erakat - per chiedere che rivedano le loro relazioni con l'Australia alla luce delle decisioni prese dal vostro governo». Un portavoce del ministero degli Esteri di Canberra ha ribattuto affermando che "lo status di Gerusalemme Est deve essere risolto attraverso negoziati diretti fra le parti". Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha parlato da parte sua di "serio approccio" dell'Australia alla questione territoriale, sottolineando come Canberra «non intenda accattivarsi gli integralisti islamici che minacciano chiunque osi dire la verità sul conflitto israelo-palestinese». «Mi auguro che altre nazioni abbiamo il coraggio di seguire l'Australia» ha aggiunto Lieberman. Tanto gli Stati Uniti che i Paesi dell'Ue e la Nuova Zelanda ricorrono al termine "occupato" per definire Gerusalemme Est, considerando gli insediamenti israeliani in Cisgiordania "illegali".

(La Stampa, 7 giugno 2014)

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Gerusalemme, una casa per gli italiani

Una casa per gli italkim. E una grande festa per celebrare una storia di tradizioni, cultura e generosità. Dopo anni travagliati, lo storico edificio di Rehov Hillel 25 a Gerusalemme che ospita la sinagoga e il Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon è al sicuro nelle mani della Hevrat Yehude Italia, l’associazione che riunisce la comunità degli italiani di Israele. A ripercorrerne la storia e le prospettive future è Angelo Piattelli, romano, esperto di manoscritti, libri ebraici e oggetti di judaica, in Israele dal 1993 e da alcuni mesi presidente della Hevrah. Hevrah che il prossimo 8 giugno, in collaborazione con la Jerusalem Foundation, si ritroverà a celebrare l’acquisizione della sinagoga, con una dedica speciale ai donatori che hanno reso possibile l’impresa. “Quando nel 1945 un gruppo di italiani di Gerusalemme diedero vita alla Hevrah, l’organizzazione, politica e culturale, non aveva una sede, così stipulò un accordo con il liceo Ma’ale, che utilizzava una struttura costruita nel XIX secolo da cattolici tedeschi come ostello per i pellegrini, oggi Rehov Hillel 25 – spiega Piattelli – Gli arredi della sinagoga di Conegliano Veneto arrivarono nel 1951”. Con il passare degli anni iniziano a venire esposti anche oggetti liturgici. Man mano, gli spazi concessi in uso alla Hevrah nell’edificio si ampliano, la scuola cessa di esistere e la municipalità affida lo spazio agli angelo piattelliitalkim. Nel 1982 viene ufficialmente fondato il Museo, che ottiene il riconoscimento delle autorità israeliane e diviene ben presto meta per leader e rappresentanti delle istituzioni. “Qualche anno fa però il demanio decise di vendere, e ricevemmo lo sfratto – ricorda Piattelli – Di fronte al prezzo di favore che ci fu offerto, cominciammo una raccolta fondi, che non sembrava destinata ad avere successo, finché la Jerusalem Foundation non ci aiutò mettendoci in contatto con un gruppo di importanti donatori milanesi, che non solo ci ha permesso di entrare in possesso di ciò che utilizzavamo, il piano terra e parte del primo piano, ma anche di ulteriori spazi”. Tra gli obiettivi della sua presidenza della Hevrah, il primo è una maggiore collaborazione con l’altra organizzazione degli italkim, l’Irgun. “Mi sono già rivolto al presidente, Vito Anav, perché a mio parere sarebbe importante unire le forze per dare vita a un unico centro politico, mentre invece potrebbe avere senso affidare la gestione del Museo a una apposita Fondazione”. A proposito del Museo, Piattelli spiega come sia in corso la ricerca di un architetto cui affidarne la ristrutturazione e il rinnovo del percorso, mentre è in preparazione una mostra che racconti proprio la storia dell’istituto e della comunità. Importante poi lavorare sull’accoglienza ai nuovi immigrati dall’Italia, sempre più numerosi. “Per la prima volta nel nostro Consiglio è stata assegnata una specifica delega agli olim, a rav Pierpaolo Punturello – sottolinea Piattelli – Le difficoltà, come la lingua, spesso si fanno sentire. Il nostro obiettivo è dare tutto l’aiuto possibile”.

(Art. tratto da Moked)

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Un nuovo distillato: EVE, Grappa Kosher

Da uve dei colli euganei e prodotta dalla ditta Poli di Schiavon (VI), una grappa speciale garantita da un veneto DOC, amico di Israele, il pastore Ivan Basana! 

 

Poli Distillerie presenta EVE, Grappa Kosher distillata artigianalmente sotto la stretta supervisione di appositi enti certificatori che ne hanno sancito l'autenticità. Il prodotto ha richiesto diversi anni di gestazione La Pessach o Passover, ossia la Pasqua ebraica, è la più importante festa con cui gli Ebrei celebrano un'importante ricorrenza: la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

La Pasqua ebraica viene festeggiata soprattutto in famiglia, otto giorni di pranzi e cene durante le quali devono essere rispettate una serie di rigide norme alimentari, chiamate "Kasherut", che vietano il consumo di alcuni cibi lievitati, come pane e biscotti e alcuni derivati del grano, come il whisky.  Il desiderio e la richiesta da parte di tante comunità ebraiche sparse per il mondo di avere un distillato di qualità con cui terminare il convivio e confacente alle regole della kasherut, ha portato alla creazione di EVE, la prima Grappa Kosher for passover, la cui produzione ha previsto un lungo procedimento, necessario per l'addestramento specifico di personale ebreo osservante e la kosherizzazione di tutta l'attrezzatura impiegata. 

Tutti i processi produttivi sono stai eseguiti sotto la supervisione del rabbinato di Padova conformemente alle disposizioni impartite dagli enti certificatori OU - USA (Union of Orthodox Jewish Congregations of America, Kashruth Division) e Badatz "Beit Yossef" - Israele. 

NOTE TECNICHE: 

Materia prima: vinaccia di uve Moscato Fior d'Arancio e Moscato Bianco dei Colli Euganei  Distillazione: artigianale, a piccoli lotti, con alambicco in rame a bagnomaria a ciclo discontinuo  Aroma: frutta (agrumi) e fiori d'arancio  Gusto: morbido, ampio e saporito 

PERCHÉ EVE: 

Perché Eva è la prima donna secondo la Genesi, simbolo di purezza e tentazione.  Nell'Eden di Poli tuttavia Eva mangia l'uva, Adamo beve un bicchiere di vino, la serpentina distilla la Grappa e tutti sono felici.

LA KOSHERIZZAZIONE 

La parola ebraica "kosher" significa conforme alla legge, adeguato e indica un cibo preparato nel rispetto della kashrùt ossia le regole alimentari della religione ebraica.  Un prodotto kosher è pertanto idoneo a essere consumato dal popolo ebraico ma può benissimo essere gustato anche da consumatori di ogni paese e religione.  I principi fondamentali della kashrùt sono illustrati nella Bibbia, la Torah.  L'uva ha un grande valore simbolico nella cultura ebraica, pertanto la produzione di un vino o di un distillato Kosher prevede esclusivamente l'impiego di personale ebreo osservante durante tutte le fasi di lavorazione.  Durante la produzione deve essere evitata qualsiasi forma di "contaminazione" , ovvero il contatto con personale non osservante, o attrezzature non precedentemente "kosherizzati", pena l'invalidazione dell'intero processo.  Prima della distillazione di EVE è stato necessario pertanto kosherizzare ogni singolo elemento destinato a entrare in contatto con l'uva e con il distillato, dall'alambicco ai serbatoi di stoccaggio, dalla attrezzatura per l'imbottigliamento alle singole bottiglie.  La kosherizzazione è avvenuta attraverso lavaggi successivi sia con acqua fredda, sia con acqua bollente, con l'aggiunta di soda a seconda delle circostanze e del materiale da kosherizzare.

  (art. tratto da Notizie su Israele del 26 Maggio 2014)

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Le sfide di Israele: intervista all'Ambasciatore Naor Gilon

di Alfredo Mantici In un incontro esclusivo con Lookout l'ambasciatore dello Sfató d'Israele in Italia Naor Gilon analiíza senza reticenze i più delicati dossier del Medio Oriente. Dalla Siria all'lran. Dalla Palestina alle "Primavere arabe".

In Medio Oriente, dopo le Primavere Arabe e la crisi siriana e nonostanle i movimenti popolari, Israele resta l'unica democrazia in tutto lo scacchiere. Islam e democrazia sono dunque Inconciliabili?

La questione non è necessariamente relativa all'Islam, ma certo la situazione che viviamo in Medio Oriente dimostra che questa regione non è ancora pronta alla democrazia. Del resto, in Europa ci sono voluti secoli prima di ottenerla. Per una democrazia stabile servono elementi certi, come una forte economia e una popolazione non ridota alla fame,' E ancora, istruzione, stampa libera,, diritti forti per le donne: Serve' una classe borghese robusta e acculturata: Tutto ciò ancora manca. Quindi, non si tratta di islam o non islam, anche perché ci sono esempi di Paesi islamici democratici. Piuttosto la questione è legata a quanto accade in Medio Oriente e dal fatto che; per moltissimi anni, numerosi paesi hanno vissuto sotto dittature che non hanno permesso loro uno sviluppo né la presenza di partiti, sistemi legali forti o una stampa libera. Penso che, col tempo, se si permetterà a questi elementi di svilupparsi, vedremo fiorire la democrazia anche in Medio Oriente.

Le Primavere e la guerra civile in Siria sembrano aver depotenziato i peggiori nemici di Israele. Hamas ed Hezbollah in particolare. È così?

Alcuni nemici di Israele sono direttamente coinvolti in Siria, ma non si può dire che siano diventati più deboli. Per esempio, di Hezbollah potrei dire il contrario e cioè che è diventato più forte. Certamente, concordo che nel breve termine Hezbollah avrebbe maggiori problemi a intraprendere nuovi atti ostili o a creare problemi a Israele. Ma allo stesso tempo stanno crescendo, hanno fatto esperienza e stanno ricevendo nuovi armamenti, solidificandosi come esercito ben più di prima. Le faccio un esempio. Con l'aiuto dell'Iran, Hamas e Hezbollah stanno migliorando la capacità balistica dei loro missili e ottenendo risultati tali che oggi sono in grado di arrivare più lontano e di colpire con più accuratezza di prima. In Libano, Hezbollah ha qualcosa come centomila razzi di diverso tipo, e questo è molto allarmante, soprattutto perché l'esperienza ci dice che loro mirano direttamente alla popolazione civile. Dunque, non sono sicuro che il pericolo sia diminuito.

Ritiene che, quando le armi taceranno e le tensioni interne saranno ricomposte, Israele avrà maggiori chance di dialogo con i suoi vicini-nemici?

Per rispondere, dobbiamo tornare al discorso che facevamo prima: dipende da come il Medio Oriente uscirà dalla crisi. Se avrà ottenuto più libertà, ci sarà una grande possibilità per la pace in Medio Oriente. Se il popolo della regione avrà migliori condizioni economiche e più emancipazione, ci sari meno desiderio di combattere e meno spazio per l'estremismo. Questa è la speranza che dobbiamo coltivare. Ricordiamoci di Anwar Sadat in Egitto, che non era certo un democratico ma era un grande leader che inseguiva e credeva nella pace ed è stato ucciso proprio per questa ragione. Questo dimostra che, alla fine, serve una certa stabilità per raggiungere la pace.

La stampa israeliana ha parlato di un progressivo riavvicinamento tra Israele e la Turchia dopo le tensloni conseguenti all'incidente della Mavi Marmara del 2010. Ritiene che il dialogo tra Gerusalemme e Ankara stia registrando progressi significativi? In quale ambito?

Voglio credere che sia così, e che la Turchia stia andando nella direzione giusta, ma dipende. Le cosiddette primavere arabe hanno portato Israele e Turchia ad avvicinarsi, ma questo è avvenuto perché abbiamo gli stessi interessi e siamo entrambi coinvolti. Certamente, spero che potremo metterci alle spalle l'affaire Mavi Marmara, così come spero che la direzione intrapresa dalla Turchia verso un Paese pluralistico e secolare continui. Del resto, due Paesi forti che non hanno origini arabe, potrebbero cooperare benissimo.

Quale scenario a breve termine teme di più il vostro governo?

L'Iran è il problema numero uno. Anche perché per lungo tempo è stato una minaccia diretta alla nostra esistenza. Certo, siamo preoccupati per tutto ciò che sta accadendo nel resto del Medio Oriente ma, in questo caso, sappiamo che quello che possiamo fare è limitato e semplicemente cerchiamo di non essere coinvolti. Poi c'è la Palestina, anche se oggi non è più il principale problema per l'intero Medio Oriente, mentre lo sono piuttosto le differenze tra sunniti e sciiti e le relative mancanze di democrazia e di sviluppo economico.

Le tensioni dialettiche e le minacce reciproche tra Israele e Iran sono diminuite dopo l'insediamento del nuovo governo dl Teheran. II pericolo nucleare Iraniano va scomparendo?

Chiaramente, c'è un nuovo volto in Iran. Ahmadinejad era un "cattivo ragazzo", mentre oggi abbiamo persone che in qualche maniera dialogano. Ma fondamentalmente, da quanto abbiamo avuto modo di capire, l'approccio dell'Iran non è affatto cambiato. II problema di Israele è con il regime iraniano, che non è certo cambiato. La sua struttura, così come i Guardiani della Rivoluzione, sono gli stessi di prima. La nostra paura è la combinazione di questo regime con le capacità nucleari dell'Iran. Ad esempio, Rafsanjani non era certo una persona estremista, eppure in passato disse che, data la dimensione limitata del nostro Paese, una sola bomba poteva distruggere Israele. Tutto è ancora così.

Eppure II presidente Rouhani ha assicurato di volere il dialogo...

Le persone sono distratte dal fatto che nel nuovo regime c'è una persona piacevole e non così pessima come Ahmadinejad, che era facile da disprezzare. Ma l'obiettivo non è cambiato e il regime insiste nel voler dotarsi della capacità nucleare. L'Iran oggi è sul punto di realizzare ben cinque o sei bombe nucleari. L'accordo con le sei superpotenze non va nella direzione di un'inversione di rotta. Ha semplicemente congelato alcune capacità, ma gli iraniani possono continuare in altra maniera. Questa è la nostra preoccupazione. Noi non abbiamo un problema con l'Iran, ma con il nucleare dell'Iran. Non vogliamo che diventi una potenza nucleare e speriamo che l'accordo finale renda certa l'impossibilità per l'Iran di produrre simili armi e che non possa ricominciare con l'arricchimento dell'uranio. Comunque, questo non è l'unico problema con l'Iran, ne abbiamo altri.

Quali?

L'Iran è il più grande sostenitore del terrorismo in Medio Oriente e questo non è cambiato neanche sotto la presidenza Rouhani. Si veda la Siria; dove l'Iran protegge il regime e supporta Hezbollah, che è coinvolta nel conflitto grazie a loro. Inoltre, supportano Hamas e le minoranze sciite nel Golfo, così come armano i ribelli in Yemen. Giusto un mese fa abbiamo fermato una nave piena di armi che andava a Gaza. E poi penso ai diritti civili e umani, se non sbaglio l'Iran è il Paese che compie più esecuzioni di morte al mondo dopo la Cina.

È ottimista circa gli accordi tra USA e Iran?

Siamo speranzosi che gli americani e le altre potenze trovino una soluzione. Ma non siamo gli unici ad essere nervosi sul tema. Penso all'Arabia Saudita. I sauditi sono abbastanza grandi e forti per dire quel che pensano. Comunque, l'obiettivo dev'essere chiaro, non permettere che l'Iran raggiunga la capacità nucleare. Spero che quel che sta succedendo in Ucraina non produca effetti collaterali, visto che USA e Russia stavano collaborando in questo e altri settori.

Possono il Qatar o l'Arabia Saudita essere la soluzione del problemi del Medio Oriente?

Il Qatar ha molte risorse e soldi ma la sua capacità di influenzare è limitata. L'Arabia Saudita è differente, si tratta di un grande Paese e certamente può essere parte della soluzione. Ma il punto è che entrambi sono coinvolti in Siria come in Iran. Alla fine, in Medio Oriente tutto è interconnesso.

Circa II processo di pace Israelo-palestinese, qual è la vostra opinione sull'accordo Hamas-Fatah?

Abu Mazen ha formato un'alleanza con un'organizzazione che chiede ai musulmani di combattere e uccidere gli ebrei. Hamas ha lanciato oltre diecimila tra missili e razzi contro il Israele e non ha fermato le azioni terroristiche neanche una sola volta. L'accordo tra Abu Mazen e Hamas è stato firmato. È la conseguenza diretta del rifiuto dei palestinesi di far progredire i negoziati. Solo il mese scorso Abu Mazen aveva respinto i principi quadro proposti dagli Stati Uniti, ha poi rifiutato di discutere il riconoscimento di Israele come Stato-Nazione del popolo ebraico e adesso si è alleato con Hamas. Ma la Carta di Hamas (il "Patto del Movimento di Resistenza Islamico" dcl 1988, ndr) rifiuta tutti i colloqui di pace con lo Stato di Israele, e sottolinea l'impegno dell'organizzazione terroristica nel distruggere Israele attraverso una guerra santa (jihad, ndr). Quella Carta è un documento apertamente antisemita e anti-occidentale, che esprime la prospettiva islamica radicale di Hantas. Ma soprattutto il punto è che resta ancora valida. La posizione estremista della Carta esprime la totale opposizione a qualsiasi accordo o intesa che riconosca il diritto di Israele a esistere.

E cosa può dirci dei rapporti tra Israele e Italia e del ruolo dl Roma nel Mediterraneo?

Le relazioni con l'Italia sono eccellenti in tutti i settori. Solo in campo economico, lo scorso anno abbiamo avuto oltre quattro miliardi di dollari in scambi commerciali e abbiamo siglato importanti accordi militari, per oltre due miliardi. Voi siete il nostro secondo o terzo partner in ricerca e sviluppo e le nostre collaborazioni non si limitano a questo. Si veda il turismo. Solo nel 2013 ben il 5% di cittadini israeliani ha visitato l'Italia, è un numero altissimo. Insomma, la coopera-zionc è davvero ottima. Circa il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, il vostro Paese è molto rispettato da tutti e può avere un ruolo importante, anche se oggi è più difficile per la crisi europea. Il problema del vostro Paese è aumentare la competitività e l'innovazione per e con i giovani.

(Art. tratto da informazionecorretta)

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ECI invita a partecipare alle elezioni europee

Aiutiamo a chiudere le porte all’antisemitismo nel parlamento europeo, 21 maggio 2014

A Quattro giorni dalle elezioni, il 25 maggio, ECI ha fatto un appello urgente ai propri sostenitori perché usino bene il loro voto in queste importanti votazioni. Ad Helsinki, Tomas Sandell ha dichiarato: “Se questa settimana non votiamo, non avremo il diritto di criticare i voti espressi dal parlamento europeo. I cittadini responsabili non possono non votare. Con l’insorgenza di partiti apertamente antisemiti in Europa, potremmo dover fronteggiare la presenza di negazionisti nel prossimo parlamento, se gli elettori se ne stanno a casa e non usano il proprio voto. Non c’è posto per chi nega l’olocausto nel parlamento europeo. Se non formeremo il futuro dell’Europa votando, altri lo faranno per noi. Anche se nessun candidato può essere in accordo con noi su tutti gli argomenti, vi è una chiara differenza tra quei partiti che sostengono l’odio ed il razzismo, e quelli che invece sostengono i valori democratici. Per gli amici di Israele è importante capire quali posizioni abbiano i candidati riguardo a questioni importanti quali la pace e la sicurezza dello stato ebraico, ed eventualmente votarli”.

ECI ha compilato un elenco di domande che possono aiutare a determinare quali candidati concordino con noi, ed anche una breve lista dei gruppi parlamentari

<http://www.ec4i.org/index.php?option=com_acymailing&ctrl=url&urlid=137&mailid=912&subid=2121>

attualmente presenti .

Nei prossimi cinque anni, nel parlamento europeo, saranno dibattuti molti argomenti urgenti ed abbiamo bisogno di amici che: -stiano contro l’antisemitismo e sviluppino una strategia per bloccarlo - sfidino la politica di pregiudizio dell’UE riguardo ad Israele ed i territori contesi - pretendano una risposta alla minaccia nucleare dell’Iran e dei suoi alleati - esaminino i contributi dell’UE all’Autorità Palestinese, richiedendo alti livelli di controllo ed assicurandosi che gli aiuti europei siano utilizzati veramente per scopi umanitari Quello di cui l’Europa ha bisogno ora non è solo avere dei deputati corretti nel parlamento, ma anche avere dei cittadini vigilanti che si assumano seriamente la propria responsabilità per proteggere la nostra democrazia ed i valori giudeo-cristiani e che si ergano di fronte al risorgere del razzismo e dell’antisemitismo. I settanta anni passati dall’ultimo conflitto mondiale sono un periodo senza precedenti nella storia moderna, non avendo visto guerre tra le maggiori potenze europee. Questo è un qualcosa che non è per nulla scontato, ma, anzi, richiede impegno e duro lavoro per ognuno di noi. Come cittadini di stati membri dell’Unione Europe abbiamo il dovere di votare per la elezioni europee, e, come cristiani, di coprirle in preghiera.

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