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Redazione Edipi

Redazione Edipi

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25 aprile, al corteo Anpi tensioni fra comunità Ebraica e attivisti pro Palestina

Rissa sfiorata davanti alla fermata della metro al Colosseo. L'intervento della polizia ha diviso le parti. La manifestazione è poi regolarmente partita dopo l'arrivo del sindaco Marino.

ROMA, 25 aprile - Momenti di tensione sotto al Colosseo stamattina. In attesa della partenza dell'annuale corteo organizzato dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia, alcuni rappresentanti della comunità ebraica hanno protestato contro un gruppo di sostenitori della causa palestinese.
"Avevamo appuntamento come tutti gli anni alle 9 e 15 per sfilare con la bandiera della Brigata Ebraica, che è molto simile a quella di Israele, ma non è la stessa - ha raccontato Fabio Perugia, portavoce della Comunità ebraica di Roma - All'improvviso cinquanta persone con una decina di bandiere palestinesi sono uscite dalla metro Colosseo ed hanno iniziato ad aggredirci verbalmente. Se non fosse stato per le forze dell'ordine ci avrebbero aggrediti fisicamente, e sarebbe scoppiata la rissa". "Cosa c'entrano le bandiere palestinesi con il 25 aprile? - ha poi aggiunto Perugia -. La polizia è giustamente intervenuta per farle rimuovere".

(art. tratto da Repubblica)

Beit Immanuel news

Cari amici,

Auguriamo a tutti voi una meravigliosa Pasqua ebraica e Vacanze di Pasqua. La primavera è viva qui in Israele con i fiori e le nuove vite che spuntano intorno a noi. E’ una delle stagioni più belle di tutti i tempi.

Ecco una storia di nostro figlio Joshua, che abbiamo pensato di farvela conoscere.

Ufficiale Messianico dei Posti di Blocco

Mentre i palestinesi lamentano ossessivamente le cosiddette "atrocità subite ai posti di blocco", il Capitano Joshua Lazarus, ufficiale messianico ebreo, responsabile della formazione delle guardie per i punti di controllo, dà la vera storia in un breve nuovo videoclip prodotto dalla IDF

Josh supervisiona la formazione di tutti i soldati responsabili dei controlli dei valichi di frontiera e dei blocchi stradali lungo le città e villaggi arabi nei dintorni di Gerusalemme. Quando Israele ottenne il controllo di Gerusalemme nel 1967 nella Guerra dei Sei Giorni, per gli arabi della Gerusalemme dell’Est furono emesse carte d'identità speciali. Fu loro offerto la piena cittadinanza israeliana ma la maggior parte di essi rifiutarono, quindi furono date gli ID azzurre (documento d’identità) che permetteva agli arabi di avere maggiori libertà rispetto ai residenti della Samaria Giudea. Hanno la libertà di viaggiare in tutta Israele senza permessi speciali. Sono autorizzati a votare nelle elezioni locali. Gli arabi della Gerusalemme dell’Est ricevono anche prestazioni di sicurezza sociale e di salute israeliana. Secondo l'Ufficio Centrale di Statistica della Popolazione Israeliana, ci sono più di 250.000 arabi che vivono molto bene a Gerusalemme.

Ogni giorno decine di migliaia di questi uomini, donne e bambini passano attraverso i checkpoint e i blocchi stradali sorvegliati dai soldati di Josh. "La maggior parte di loro sono persone che vanno verso il loro lavoro, visitare amici, la famiglia, o vanno ad acquistare generi alimentari," dice. "Ci sono donne incinte che corrono fino all'ospedale di Gerusalemme, e tassisti arrabbiati che cercano di fare qualche soldo. Abbiamo a che fare con i funzionari dell'Autorità Palestinese, i diplomatici delle Nazioni Unite, media internazionali, asini, contadini, quasi tutto e tutti passano da qui. " Questi confini sono un microcosmo di tutto ciò che è buono, cattivo, e incomprensibile delle vite degli arabi della Gerusalemme dell’Est, e tutto passa ogni giorno sotto l’attento e formidabile sguardo fisso dei soldati del Capitano.

"Stiamo cercando di estirpare eventuali terroristi", spiega Josh. "Dal momento che Israele ha costruito un muro di sicurezza, questi posti di blocco sono ora i principali obiettivi per i potenziali terroristi che cercano di attraversare inosservati tra le centinaia di persone che passano ogni giorno. Dobbiamo controllare tutti e ciascuno. Molti di loro sono arrabbiati e cercano di passare senza essere controllati. E’ un lavoro duro. "

Alcuni credono che l'attrito costante tra i soldati e i palestinesi in questi posti di blocco provochi più agitazione, odio e persino il terrorismo nel lungo andare. "Certo, la gente si arrabbia con noi, e a volte diventa piuttosto dura", dice Josh. "Ma che alternative abbiamo? Come altro possiamo fermare le bombe e i terroristi? A volte dobbiamo solo fare i conti con una brutta situazione perché potrebbe andare peggio. E' il nostro lavoro. "

"E' una situazione tesa e complicata per questi giovani soldati. Ecco perché ho voluto essere un ufficiale, in primo luogo", dice il giovane capitano. "Un sacco dei miei amici sono andati a fare i paracadutisti, “Golani”, o a fare i piloti per la forza aerea. Per me, questo è un lavoro molto importante. Siamo di fronte a un problema enorme qui, e nessuno sa come risolverlo. Non molti soldati vogliono fare questo lavoro. Ogni giorno ho bisogno di ricordare loro quanto sia importante il loro lavoro. Mi sono reso conto che non viviamo in un mondo dove tutto va come si vuole" dice. "Servire qui mi ha fatto comprendere le dure realtà della vita in Israele e quanto complicato possa essere."

Israele compie 66 anni questo mese e non sembra che avremo un ritiro anticipato dal conflitto Israeliano-Palestinese. I colloqui di pace non stanno andando a buon fine, ancora una volta. Qualunque sia il futuro, guardando il capitano Joshua Lazarus e alcuni dei suoi soldati là fuori sui punti di controllo, ha dato a questo vecchio, almeno, qualcosa di cui essere orgogliosi.

 

Nella Congregazione Beit Immanuel assistiamo un numero di famiglie in crisi con la preghiera, consulenza intensiva e aiuto pratico.

 

Grazie per le vostre preghiere e sostegno.

 

Affiliati a noi visitando il nostro sito sottostante.

 

David Lazarus

www.messianic-jews.org

il 25 aprile a Verona il labaro della Brigata Ebraica

Comunità Ebraica di Verona – Associazione Veronese Figli della Shoah –
Associazione Veronese Italia Israele

 

La *Brigata ebraica *si forma nel 1914 e prende parte alla guerra
Inglese contro I turchi a Gallipoli con il nome di Zion Mule Corps.
(Mulattieri di Sion). Grazie al contributo di Vladimir Jabotinsky,
scrittore e attivista sionista, fu costituita la formazione della
*Legione Ebraica*, che combatté, inserita nell'esercito inglese nel
giugno del 1918, come *38° Battaglione impiegato in Palestina *per la
liberazione contro l’occupazione dell’impero Ottomano.

Nel 1919 fu ridotta dagli Inglesi, per opposizione al movimento
sionista, ad un battaglione di sorveglianza e le fu dato il nome di
First Judeans (Legione Ebraica).

A causa delle tensioni createsi in Europa prima della seconda guerra
mondiale molti volontari ebrei palestinesi chiesero di arruolarsi nella
Brigata Ebraica. Solo dopo 6 anni e lunghe trattative nel settembre del
1944 *Winston Churchill autorizzò l’arruolamento di 5.000 soldati ebrei
*(le richieste di arruolamento superavano le 20.000) e fu riattivata la
brigata ebraica con il nome, in caratteri ebraici, Chayil, acronimo di
Chashivoh Yehudis Lohchemes (Brigata Ebraica Combattente). A questa
unità, inquadrata nell’Ottava Armata e destinata al fronte italiano,
venne concessa una autonoma insegna di battaglia: una stella di David
color oro su sfondo a strisce bianche e azzurre. Dopo un periodo di
addestramento in Egitto *la Brigata fu inviata in Italia, *dove continuò
a prepararsi fino al mese di febbraio, per giungere all’inizio di marzo
in prima linea, in Romagna (fronte del Senio), dove diede il proprio
eroico contributo alla liberazione della nostra penisola: L’ITALIA. 

Riportiamo la testimonianza di una concittadina veronese, Lucia: 

“ Vi furono combattimenti anche all’arma bianca e così fu liberata
quella parte di Italia, da Ravenna in su. Enzo Sereni, paracadutato in
Italia, preso e portato in prigione a Verona e poi ucciso in un campo,
credo Dachau, faceva parte della Brigata Ebraica. Io ebbi l’occasione,
un paio di volte, di salire su un camion Dodge della Brigata Palestinese
nell’ agosto 1945, per andare da Milano a Desenzano . Un’altra volta,
era settembre, andammo un gruppo di persone, sempre sul Dodge aperto,
fino al Lago Maggiore, a Meina, dove gettammo corone di fiori nel lago
in memoria delle vittime della strage. 
Nessuno oggi può immaginare l’emozione che noi provavamo nel vedere dei
militari ebrei, i mezzi di cui disponevano, le loro insegne con i
simboli dell’ebraismo, la loro sicurezza, la loro allegria…..incredibile
e meraviglioso. 

Per me dopo 7 anni, per i miei genitori dopo una vita: finalmente degli
ebrei “liberi”.

 

 

L’amore degli evangelici per Israele sta calando

Ebraismo ed evangelici non hanno più la salda relazione di un tempo. Sul fronte cristiano il ricambio generazionale apre delle crepe in quello che un tempo era un sostegno marmoreo e senza incertezza, provocando disagio e risposte dalla dubbia efficacia.

Chi lo avrebbe mai detto che il ministero degli Esteri israeliano se la sarebbe presa con una conferenza convocata da un’organizzazione evangelica al Bible College di Betlemme definendola uno strumento all’incitamento contro Israele? Eppure è proprio quello che è successo nei giorni scorsi, e il suo portavoceYigal Palmor ha aggiunto che Christ at the Checkpoint è usata per manipolare la fede religiosa per interessi politici. Che poi vuoi dire interessi politici sgraditi, perché fino a quando gli evangelici sbarcavano in torme adoranti la manipolazione della loro fede religiosa a sostegno d’Israele andava benissimo.

Secondo gli organizzatori la conferenza che si è chiusa venerdì scorso mirava invece ad aiutare a risolvere il conflitto israelo-palestinese sulla base degli insegnamenti di Gesù, esplorare le sfide che pone il processo di pace e discutere «le implicazioni pratiche e teologiche dell’inaugurazione del regno di Dio sulla terra», ma anche «discutere le realtà e le ingiustizie nei Territori palestinesi». E qui gli israeliani proprio non ci vogliono sentire,ma nei 12 punti del manifesto della conferenza, che si tiene da qualche anno ce ne sono altri d’indigesti per Tel Aviv, come il rifiuto della Bibbia come titolo di proprietà della terra o la discriminazione razziale, che secondo gli evangelici più moderni in Israele c’è. C’era un tempo nel quale Bush e Netanyahu bombardavano con il pieno consenso degli evangelici, che era nettamente pro-Israele, oggi invece la maggioranza degli evangelici si pensa equidistante tra le due parti e solo un terzo si può riconoscere ancora in quella definizione di «cristiano sionista» un tempo maggioritaria. C’è da sapere che non era solo per astio verso i perfidi maomettani o per l’amore per l’ebraismo dal quale è sbocciato il cristianesimo, che gli evangelici facevano un tifo tanto convinto per Israele, ma anche per questioni prettamente teologiche, perché attendono il grande conflitto in medioriente che porterà al giorno del giudizio e al ritorno del Messia, e quindi un’Israele guerriera è condizione acconcia alla profezia attesa.

Lo zoccolo duro del bushismo si è diluito con gli anni e i fallimenti dell’estremismo crociato alla Casa Bianca, i nuovi predicatori sono più glamour dei vecchi guerrieri come Pat Robertson, meno vicini ai neoconservatori ormai in immersinoe e decisamente inclini a celebrare l’amore cristiano più che la pugna contro l’infedele, tanto che in molti hanno trovato una causa proprio nelle triste condizione dei palestinesi e ora ci sono organizzazioni evangeliche che portano i fedeli a vedere come stanno i palestinesi. E i fedeli tornano a casa sconvolti raccontando l’apartheid dei palestinesi. Impensabile fino a qualche anno fa, quando la maggioranza delle chiese evangelica aderiva alle iniziative di organizzazioni d’ispirazione diversa come Christians United for Israel (CUFI), che quando gli israeliani bombardano Gaza invita i fedeli a pregare per il successo dei bombardamenti. Assai poco cristiano per i nuovi predicatori e anche per i loro fedeli. Una deriva che si è già vista in precedenza nelle chiese protestanti e che mette in difficoltà Israele tra i cristiani americani, visto che con i cattolici non è mai stato amore e che i presbiteriani sono da tempo impegnati nella promozione del boicottaggio dei prodotti israeliani.

Così si sono allarmati in Israele e si sono allarmati quelli della CUFI, che si sono posti pubblicamente ed esplicitamente il problema di come bloccare questa deviazione dall’antica dottrina, anche se come tempismo ormai siamo al chiudere la stalla dopo che la maggior parte dei buoi sono scappati. La CUFI è molto attiva nella promozione degli interessi israeliani tra gli evangelici e medita una campagna d’allarme tra i fedeli, il rimedio consisterebbe insomma nel metterli sull’avviso in modo che non prestino orecchio agli eretici che non vogliono sostenere Israele senza se e senza ma. Come strategia, vista da lontano, non sembra proprio l’asso di briscola, soprattutto considerando che si tratta di una strategia difensiva, che mira a difendere quel che rimane e non aspira nemmeno a un recupero a breve del terreno perduto. Obiettivo evidentemente ritenuto inavvicinabile in presenza di un chiaro trend di segno contrario e a un’evoluzione demografica che ha mutato il profilo dei fedeli, ma soprattutto quello di un buon numero di predicatori.

Un problema ulteriore che s’affaccia all’orizzonte è che per quanto il nuovo messaggio evangelico cerchi di posizionarsi sul filo dell’equidistanza tra israeliani e palestinesi, tra certi bravi cristiani al calare dell’islamofobia potrebbe fare da contraltare una crescita dell’antisemitismo, perché pur sempre di confronti tra religioni e presunte vere volontà di Dio si tratta e anche perché l’antisemitismo non è mai stato un’esclusiva dei cattolici tra i cristiani e anche negli Stati Uniti è sempre esistito, anche dopo essere stato espulso dal discorso pubblico dopo la disfatta nazista. Un fenomeno noto, già visto fiorire di recente anche ai margini della crisi ucraina, dove dall’una e dall’altra parte si accusavano misteriosi complotti ebraici come origine del disastro, gli ortodossi sono forse i campioni cristiani d’antisemitismo e ancora oggi c’è un buon numero di pope che non si tirerebbe indietro se ci fosse da benedire un pogrom in difesa di Santa Madre Russia e della sua chiesa.

Il problema maggiore per Israele è comunque localizzato negli Stati Uniti, perché il franare del sostegno tra gli evangelici indebolisce la causa d’Israele all’interno del partito repubblicano, ma anche la politica estremista e annessionista di Netanyahu, che attualmente in Israele non trova opposizione significativa, ma che non può prescindere a lungo dal consenso americano. Netanyahu continua invece a trattare a pesci in faccia Obama, convinto che una rottura dell’antico patto non sia possibile, ma probabilmente questo modo d’agire paga ora, ma in futuro è destinato a presentare un conto interessi molto salato. Un atteggiamento del genere ha già alienato a Netanyahu e alla destra israeliana il sostegno di molti ebrei americani che aiutano Israele, ma che si sentono americani ed è facile immaginare che con gli evangelici le sue risposte sprezzanti avranno ancora meno successo. Forse è giunto il momento per Tel Aviv di fare di necessità virtù e di adeguarsi ai tempi, aggiustando sia il registro comunicativo che rinfoderando certe pretese, ma per il momento è difficile intravedere tracce di ripensamento in una classe politica che viene da almeno quindici anni nei quali ha potuto fare quello che ha voluto contando sul sostegno cieco e sicuro di Washington

(Art. tratto da mazzetta.wordpress.com)

 

Commento:

Che il rapporto tra ebrei e cristiani sia sempre stato ad alta tensione(con
qualche eccezione) non è una novità, ma non è di questo che voglio parlare...
Non so voi ma io mentre leggevo quest'articolo, di tal "Mazzetta" , non ho
potuto proprio fare a meno di notare il tentativo da parte dell'autore, di
delegittimare Gerusalemme da capitale dello Stato ebraico, ma d'altronde non è
l'unico; I quotidiani nazionali e Tg vari usano in continuazione frasi come:
"il Governo di Tel Aviv", "da Tel Aviv la replica di Netanyahu". Queste amnesie
di comodo di certi personaggi antisionisti fino alle midolla io non le gradisco
affatto e spero che prima o poi Lorsignori vengano folgorati da un pò di onestà
e si decidano a lasciare la Knesset(parlamento israeliano) esattamente lì
dov'è: a Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico.

(commento si Sabrina Messina)

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