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Marcello Cicchese

Marcello Cicchese

Nato a Roma nel 1938 in una famiglia cattolica, ha presto abbandonato la fede in cui era stato allevato per assumere una posizione di agnosticismo. All’età di diciotto anni, attraverso una lettura personale dei Vangeli è arrivato alla fede in Cristo e si è inserito in una locale chiesa evangelica. Si è laureato in matematica nell'Università "La Sapienza" di Roma e ha svolto la sua attività di professore universitario quasi interamente a Parma. Sposato con due figli e tre nipoti, attualmente è in pensione. Ha scritto numerosi articoli su diverse riviste evangeliche e quattro libri: "Le dieci parole", "Dio ha scelto Israele", "Dalla parte di Israele come discepoli di Cristo", “La superbia dei gentili”. Negli ultimi anni si è interessato in modo particolare di Israele in riferimento alle profezie bibliche e all'attualità politica. Dal 2001 gestisce regolarmente il sito "Notizie su Israele" (www.ilvangelo-israele.it ).

URL del sito web: http://www.ilvangelo-israele.it

Odio antico

Quello che sta avvenendo oggi contro gli ebrei, nello Stato d'Israele e nel resto del mondo, ha gli stessi caratteri spirituali che hanno portato alla Shoah. Spiegazioni razionali soddisfacenti e, soprattutto, utili a contrastare in modo efficace e radicale il fenomeno, non ci sono. La sua vera natura ha un nome semplice: odio. Odio di chi colpisce con violenza gli ebrei, odio di chi non colpisce ma ammira chi lo fa, odio di chi fa lezioni di morale mostrando come esempio negativo gli ebrei, odio di chi aspetta con interesse che gli ebrei facciano "la fine che si meritano" per dire poi che lui però non era d'accordo. E l'odio (non l'amore) è cieco. E non ha nessuna intenzione di recuperare la vista: anzi, le argomentazioni critiche razionali contro di lui non servono: anzi lo disturbano, lo infastidiscono, aumentano il suo livore. Odio antico. Tanto antico che si trova già scritto nella Bibbia, un libro di migliaia di anni fa ma tuttora circolante. Ma chi ci crede alla Bibbia? Siamo pratici, cerchiamo di risolvere da soli i nostri problemi, dicono le persone in gamba. Ma forse anche loro, qualche volta, in certi momenti si chiedono incerti: ma ce la faremo? Non sarà che questo problema è irresolubile per noi, fuori della nostra portata? No, non è possibile, rispondono altri: quello che dobbiamo fare è impostare bene il problema, perché se è ben impostato, il problema deve avere una soluzione. Però, pensa qualcun altro, anche il problema della quadratura del cerchio era ben impostato, eppure per secoli e secoli ha resistito a innumerevoli tentativi di soluzione. E alla fine che cosa si è dimostrato? Si è dimostrato che era irresolubile. E come si è dimostrato? Non per tentativi, certamente, perché se un problema è risolubile, prima o poi si può trovarne la soluzione, ma se è irresolubile, quale tentativo sarà in grado di dimostrarne l'irresolubilità? I tentativi sono potenzialmente infiniti, e non si può aspettare l'esaurimento di tutti gli infiniti tentativi per arrivare a concludere che il problema è irresolubile. E infatti l'irresolubilità della quadratura del cerchio non è stata accertata per tentativi, ma attraverso una dimostrazione logica. Chi sa capirla, o comunque si fida di chi l'ha fatta, si ritiene convinto e smette di fare altri tentativi di soluzione. Chi invece non la sa capire, o non crede in chi l'ha fatta, si condanna da solo a provare e riprovare innumerevoli volte senza mai riuscire a ottenere niente. Ecco, qualcuno pensa che il problema mediorientale di cui il mondo si occupa in questi giorni è irresolubile con i normali mezzi della politica internazionale, perché è di pertinenza diretta dell'Autore della Bibbia. La dimostrazione dell'irresolubilità si trova lì, insieme ad altre indicazioni su come affrontare quello ed altri problemi. Bisogna crederci per forza? No, è' soltanto la presentazione di una possibilità, non un'imposizione a crederci. Ma appunto per questo anche le persone in gamba, o proprio perché tali sono, potrebbero sentire la spinta a verificare se effettivamente questa dimostrazione scritta esiste, e se è davvero convincente.

 (Notizie su Israele, 22 luglio 2014)

Gesù Nazareno, di madre palestinese

Gesù Nazareno, di madre palestinese

Dal direttore di "Evangelici d'Italia per Israele" riceviamo:

    Nell'ultima trasmissione radiofonica su Radio 1 di domenica 22 dicembre per il Culto Evangelico, nella predicazione del pastore [valdese] Giuseppe Platone su Luca 1:46-55, riferendosi a Maria, madre di Gesù, la definisce donna ... palestinese. 
    Ho già mandato una nota di protesta al direttore della trasmissione pastore [valdese] Luca Baratto (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e vi invito a fare altrettanto. 
    Ivan Basana

Di solito gli ebrei italiani quando parlano di cristiani pensano ai cattolici. Ogni tanto s'imbattono in quegli strani cristiani che sono gli evangelici, e magari vorrebbero capirne qualcosa di più. L'impresa è ardua, ve l'assicura uno che ci vive in mezzo da più di cinquant'anni. Ma per gli ebrei potrebbe anche essere una cosa interessante perché vi scoprirebbero inaspettate somiglianze, nel bene e nel male, con il loro mondo. Per esempio, il famoso detto "due ebrei, tre opinioni", potrebbe benissimo essere applicato - magari con qualche approssimazione numerica - agli evangelici. Se gli ebrei si distinguono in ortodossi, conservatori, riformati, con una pletora di sottodivisioni finemente sfumate, qualcosa di simile si può dire degli evangelici, che secondo linee teologiche grossolanamente abbozzate si possono articolare in riformati, calvinisti, dispensazionalisti, pentecostali, carismatici, fondamentalisti, liberali, e altre dizioni di nuovo conio non ancora familiari a chi scrive. Quindi attenzione: chi ascolta la trasmissione "Culto Evangelico" deve sapere che essa è in mano a una parte del mondo evangelico del tutto minoritaria, anche se con radici storiche di lunga data, come i Valdesi. E' una parte ben visibile e organizzata nella cosiddetta "Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia", nome alquanto improprio che dovrebbe essere modificato in "Federazione di Chiese Evangeliche in Italia", perché in essa le chiese evangeliche che vi appartengono o vi si riconoscono sono ben poche. Ma fanno parte del "Consiglio Ecumenico delle Chiese", che è una specie di Onu ecclesiastico che, come l'Onu, ha una vocazione universalistica e di conseguenza anti-israeliana. Ma che un pastore valdese arrivi a dire che Maria è una "donna palestinese" è qualcosa che stringe il cuore, non solo per lo sconsolante appiattimento politico, ma anche e soprattutto per l'uso che si fa del testo biblico. L'avvilimento è maggiore in chi sa che il pastore Platone e il pastore Baratto provengono da famiglie appartenenti in passato a un ambiente evangelico che aveva con la Bibbia un rapporto di fedeltà ben diverso e ben maggiore di quello che hanno oggi le attuali chiese valdesi. M.C. 

(Notizie su Israele, 24 dicembre 2013)

I limiti del dialogo e una sinfonia stonata

di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma


L'Osservatore Romano del 15 novembre ha pubblicato un'intervista al rabbino David Rosen ("Perché non possiamo essere nemici") nella quale tra l'altro appare questa domanda: "Alla fine di giugno Auschwitz ha ospitato una celebrazione in memoria delle vittime dell'Olocausto a cui hanno partecipato importanti rabbini, cardinali e vescovi e dove è stata eseguita una sinfonia sulla sofferenza. Anche lei era presente. Che cosa ha significato questo atto per gli ebrei?".
Il rabbino Rosen risponde: "Concerti simili sono stati organizzati anche in altri luoghi, ma quello di Auschwitz è stato la testimonianza più potente dell'amore che c'è tra noi".
Ritengo necessario spiegare di cosa si è trattato e per quali motivi mi trovo in dissenso con il rabbino Rosen e gli altri rabbini presenti. Il 23 giugno, nel piazzale antistante l'ingresso di Auschwitz-Birkenau, il Cammino Neocatecumenale ha organizzato la rappresentazione di una sinfonia corale con il titolo significativo "La sofferenza degli innocenti" composta da Kiko Arguello, leader del movimento. Erano presenti sei cardinali, numerosi vescovi ma anche circa 35 rabbini di varie denominazioni, con una discreta rappresentanza ortodossa. Secondo le parole dell'autore, in quest'opera "si presenta la Vergine Maria sotto la croce, contemplando il supplizio di suo figlio, sottomessa allo scandalo della sofferenza degli innocenti nella sua carne, nella carne del suo figlio: 'Ahi che dolore', canta una voce mentre una spada attraversa la sua anima. La sofferenza degli innocenti: uomini gettati per la strada…bambini abbandonati… quella donna … malata di Parkinson abbandonata dal marito… file di donne e bambini nudi che vanno verso le camere a gas".
La Sinfonia è divisa in vari movimenti, con titoli molto indicativi della commistione di simboli e significati: "Getsemani, Lamento, Perdonali, Spada, Shemà Israel, Resurrexit". In precedenza la Sinfonia era stata rappresentata in varie località, tra l'altro a New York e in Israele, sempre davanti a prelati, rabbini e vasto pubblico. Nella scelta delle porte di Auschwitz come sede di una nuova rappresentazione c'era l'intenzione dell'autore e leader di esprimere solidarietà al popolo ebraico vittima della Shoah, nel suo luogo più simbolico, e di sensibilizzare la Chiesa polacca su questo tema. La rappresentazione di Auschwitz e le altre che l'hanno preceduta, sono state accompagnate e seguite da commenti soddisfatti, talora commossi ed entusiastici di alcuni ebrei presenti. Il rabbino David Rosen ha detto: "Abbiamo sperimentato qualcosa di veramente magnifico… questo magnifico opus ha dimostrato una profonda risonanza con l'identità ebraica, con la sofferenza ebraica e con la speranza ebraica". Qualcuno ha mandato un messaggio di saluto in cui si recita nella formula completa, con il nome divino, la benedizione "Shehecheyanu", in cui si ringrazia il Signore di averci fatto arrivare a questo momento. Più cauto il commento del rabbino Naftali Brawer, che non ha mancato di segnalare con un certo imbarazzo le differenze di codici e sensibilità, ma ha scritto "sono stato capace di apprezzare, se non di afferrare interamente, ciò che questi Cattolici premurosi e pieni di compassione cercavano di comunicarmi nel loro linguaggio… Per un breve momento ho afferrato questo senso sfuggente di comunanza quando cattolici ed ebrei sono stati insieme dove un tempo c'erano le porte dell'inferno per ascoltare musica sublime che invocava solidarietà, compassione e anelito universale al cielo".
Benchè invitato all'evento non ho voluto parteciparvi e desidero spiegare le ragioni delle mie perplessità e del mio dissenso. Quest'opera sinfonica, piena di compassione per le vittime innocenti, esprime in forma musicale alcuni temi fondamentali della fede cristiana; alla luce della passione, della sofferenza di Gesù e di sua madre, viene data un'interpretazione alle sofferenze del mondo.
E' sempre in questa chiave di lettura che viene letta e interpretata la sofferenza della Shoah. Dice Kiko Arguello: "Alcuni dicono che dopo l'orrore di Auschwitz ormai non si può credere in Dio… No! Non è vero! Dio si è fatto uomo per caricarsi della sofferenza di tutti gli innocenti…. Questo è quello che ha fatto Gesù: Lui è l'innocente, completamente innocente, l'agnello portato al macello senza aprire bocca, lui si carica con il peccato di tutti". Esprimere questi concetti in rapporto alla Shoah non è una novità per il cattolicesimo; già Giovanni Paolo II nella sua visita ad Auschwitz la definì "Golgota dei nostri tempi", omologando Passione e Shoah. Ma nel caso della Sinfonia di Kiko, questa linea teologica cristiana si accentua per la speciale attenzione all'elemento ebraico che è particolarmente forte nel Cammino Neocatecumenale; nel panorama dei movimenti cattolici il Cammino si distingue proprio per l'amicizia nei confronti del popolo ebraico, la sottolineatura delle radici ebraiche del cristianesimo e l'utilizzo sistematico di elementi ebraici (cosa che lo espone alle critiche di chi nel mondo cristiano denuncia questa "ebraizzazione" del cattolicesimo). Come spiega il musicologo Ignacio Prats Arolas nel sito del Cammino, "la Sinfonia di Kiko Arguello è la prima in cui su un linguaggio musicale ispirato a elementi melodici, timbrici e, in alcuni punti, sintattici del mondo sonoro del giudaismo, si comunicano esplicitamente contenuti cristiani, ovvero la Passione e Resurrezione … in un contesto performativo paraliturgico nel quale si riuniscono ebrei e cristiani… sono proprio certe qualità musicali che hanno spinto la lettura di questa celebrazione in chiave di una 'riconciliazione'".
Sono proprio queste spiegazioni a motivare il mio personale dissenso, che sembrerebbe stonato davanti a una manifestazione così intensa di simpatia e condivisione; un dissenso che si basa su vari argomenti.
La Sinfonia esprime in forma musicale, e con particolare intensità emotiva, un'interpretazione teologica della Shoah. Prima di tutto è una interpretazione, lecita nel campo della fede e della libera ideazione, ma che va contro "il mistero" della Shoah, la sua esclusività, la sua sfida alla ragione, il rischio di dare a tutto questo un senso, soprattutto se di senso sacrificale si tratta; il contesto generale e la specifica collocazione dell'evento (all'ingresso di Auschwitz) dovrebbero imporre la massima cautela, se non il silenzio.
In secondo luogo è una spiegazione teologica basata sui principi della fede cristiana e come tale del tutto aliena, estranea e antitetica all'ebraismo: chi accetta questa interpretazione è già cristiano, fuori dall'ebraismo (e non un ebreo che corona il suo cammino…).
Sempre dal punto di vista teologico questa lettura nei confronti dell'ebraismo è per gli ebrei rischiosa, in quanto riduttiva e sostitutiva del ruolo indipendente dell'ebraismo e del suo autonomo percorso storico e di fede, con particolare riguardo alla sua storia di sofferenza millenaria. E infine, dal punto di vista storico e politico, questa rappresentazione è sfumatura e perdita dei confini, con la preferenza della teologia al tema morale della giustizia, l'elusione del tema della responsabilità, la mancata definizione dell'identità dei carnefici, e la cultura di odio che li aveva formati; evitando, sublimando e interpretando cristianamente si trasforma la Shoah in un evento cristiano. E' questa una delle varie modalità in cui si esprime oggi il processo di cristianizzazione della Shoah. Per tutti questi motivi non riesco francamente a capire quei rabbini che hanno partecipato all'evento, incapaci di distinguere la dovuta gratitudine per la solidarietà espressa dalla lezione teologica e dalla celebrazione paraliturgica, inclusiva e sostitutiva. Non condivido l'opinione di chi ha provato nella Sinfonia "una profonda risonanza con l'identità ebraica, con la sofferenza ebraica e con la speranza ebraica", quando l'identità ebraica è confusa con l'alterità totale, la sofferenza ebraica interpretata e condizionata da categorie inaccettabili per l'ebraismo e la speranza ebraica diventa speranza cristiana.
Immaginiamoci le moltitudini di dannati ebrei reclusi oltre i cancelli del piazzale del concerto, che cosa avrebbero pensato dei rabbini che oggi là davanti si sono commossi per la spada che trafigge la Vergine Maria per i peccati del suo popolo.
Questo evento rappresenta un caso molto emblematico delle difficoltà e dei limiti del dialogo ebraico cristiano, perché ha scoperto, mettendoli insieme, due punti estremamente sensibili: la Shoah e la storia della Passione. Il paradosso del legame speciale tra ebrei e cristiani è che il punto di collegamento, la figura ebraica di Gesù, è anche il punto di rottura.
La costruzione di una nuova fraternità, l'auspicabile comunanza tra ebrei e cristiani nell'orrore di fronte ai mali del mondo, e la 'riconciliazione' tra le due fedi devono passare per il rispetto delle differenze e non per l'accettazione del pensiero e della fede dell'altro, soprattutto quando vengono impiegati per interpretare le memorie più dolorose.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2013)

 


Alcune osservazioni (di Marcello Cicchese)
- Anzitutto, per mantenere ben distinti cattolicesimo e cristianesimo, diciamo subito che molti evangelici, tra cui chi scrive, avrebbero potuto tranquillamente visitare Auschwitz insieme a dei rabbini, ma mai l’avrebbero fatto insieme a cardinali o vescovi nell’esercizio delle loro funzioni.
- Gli incontri istituzionali ad alto livello tra ebraismo e cattolicesimo non possono che essere di tipo politico, cioè basati su polisemiche dichiarazioni di concordia in cui ciascuna delle parti dice di essere d’accordo con l’altra su qualche cosa, riservandosi in caso di necessità di dare l’interpretazione autentica di quello che è stato detto. Interpretazione che alla fine quasi sempre si rivela non essere coincidente con quella dell’altra parte.
- Rimproverare a personalità ufficiali della Chiesa Cattolica di aver dato la preferenza alla “teologia” invece che al “tema morale della giustizia” significa non aver capito che cos’è il cattolicesimo. Quando la Chiesa Cattolica si muove in modo ufficiale, lo fa sempre in forma teologica. Non può essere diversamente, fa parte dell’autocoscienza della sua identità. Se qualcuno pensa di poter parlare con un papa, o un cardinale, o un vescovo mentre è “in uniforme”, cioè nell’esercizio delle sue funzioni, sperando che in quel momento il suo interlocutore si separi dalla sua autocoscienza teologica e parli e agisca come semplice cittadino del mondo, fraintende in modo grave la persona che gli sta davanti, e in un certo senso gli fa torto, perché si aspetta da lui qualcosa che non gli ha promesso e neppure gli può dare.
- Il fatto che in questa occasione la teologia della Chiesa Cattolica sia emersa in modo più evidente ha disturbato il rabbino Di Segni, ma bisogna dire che è sempre stato così, anche in precedenti occasioni. E’ stato così nell’ultima visita del papa alla Sinagoga di Roma, il 17 gennaio 2010, quando Ratzinger pensò di trovare un terreno comune sul piano della morale facendo riferimento ai dieci comandamenti, come se questo non fosse un tema altamente teologico, come se non dividesse i cattolici dagli ebrei, dato che la Chiesa Cattolica ne ha tolto uno, quello che vieta le immagini, e ha trasformato il precetto dello Shabbat in un generico “Ricordati di santificare le feste”, dove per feste intende ricorrenze come domenica, Natale, Capodanno, Assunzione di Maria, Ognissanti, Immacolata Concezione e altre ancora.
- La Chiesa Cattolica si muove sempre in modo teologico, ma molti non sanno capire le varie forme del suo linguaggio. Una di queste forme è il linguaggio dei gesti. La Chiesa Cattolica si autocomprende come un’istituzione sacramentale, non solo e non tanto per quello che dice, ma per i gesti che compie, che sono intesi come strumento di universale salvezza e benedizione per il mondo. Dall’alto del Vaticano il papa impartisce la sua benedizione “Urbi et Orbi” e questo è sufficiente a far sì che essa arrivi a tutti, che lo si voglia o no. Ma in qualche caso, per far giungere la cattolica benedizione è necessario andare di persona sul posto, come nel caso di Auschwitz. Un problema simile, anche se in forma più sfumata, si era già posto nel 2006 con la visita di Ratzinger al campo di sterminio polacco. “Notizie su Israele” ne parlò a suo tempo con un articolo dal titolo “La Cattedra di San Pietro sta al centro del mondo”.
- Il rabbino Di Segni dice inoltre: “Il paradosso del legame speciale tra ebrei e cristiani è che il punto di collegamento, la figura ebraica di Gesù, è anche il punto di rottura”. Questo è storicamente vero se si parla, appunto, di “figura” di Gesù. Ma la figura è un’immagine, e come gli ebrei ben sanno, le immagini, anche quelle ideali che gli uomini si costruiscono con grande fantasia, sono idoli. Nessuna difficoltà quindi a riconoscere che una certa “figura” di Gesù sia idolatrica, e quindi divida gli ebrei dai cristiani; ma ad operare la divisione è una “figura” di Gesù costruita dalla storia della cristianità, non la Persona di Gesù. Non è nella storia della cristianità o nella politica che si incontra la Persona di Gesù, ma soltanto nei testi biblici comunemente detti dai cristiani Antico e Nuovo Testamento. Gli evangelici non riconoscono nessuna “figura” di Gesù che non emerga direttamente dai testi sacri. E se è qui che nasce la divisione, perché non si cerca un confronto su quei testi? M.C.

 

L'accordo nucleare di Ginevra? E' peggio di Monaco '38



Ecco perchè l'Iran festeggia. E Israele, sempre più isolata, è messa sullo stesso piano di chi vuole estinguerla.

di Giulio Meotti

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva visto giusto. L'occidente si è fatto ingannare dall'Iran e la minaccia militare americana non è mai stata credibile. Accordo peggiore non poteva essere firmato a Ginevra, dove a una rivoluzione messianica e antisemita è stato riconosciuto il diritto ad arricchire l'uranio sul proprio territorio. Ginevra ha fornito una grande legittimità all'Iran, banchiere del terrore e proliferatore atomico, che così ha spezzato l'assedio attorno al regime. "Ginevra 2013 è peggio di Monaco 1938", ha scritto sul Wall Street Journal il premio Pulitzer Bret Stephens, in riferimento a quando le democrazie s'illusero d'aver domato senza combattere gli appetiti hitleriani. "Il vento di Monaco soffia a Ginevra", scandiscono i ministri israeliani della Sicurezza. Ginevra ha garantito alla dittatura iraniana una sorta di "ambiguità nucleare".
L'architetto del tanto minacciato strike israeliano, Ehud Barak, lo aveva capito per tempo, imponendo alla comunità internazionale il termine "immunità". E' questo il risultato letale dell'accordo. Gli iraniani non violeranno l'accordo. Non subito, almeno. Gli ayatollah non dovevano ottenere la Bomba, ma un allentamento delle sanzioni. Prendere fiato. Entrare nel club delle potenze. Il risultato, un giorno, sarà una seconda Corea del nord nuclearizzata, non una seconda Libia che dieci anni fa accettò di smantellare il programma nucleare.
Le sanzioni all'Iran non torneranno se ora vengono allentate, perché sono state il frutto di un decennio di lobbying presso le cancellerie occidentali, affamate di appalti con Teheran. E se cadono le sanzioni, l'Iran non abbandonerà i suoi piani diabolici. Le buone maniere per la Rivoluzione si sono sempre dimostrate un invito all'offensiva. Ginevra eccita il riarmo. L'accordo si basa su una menzogna. Il programma nucleare iraniano non è mai stato progettato per fini civili. Ai turbanti non interessa curare il cancro di una popolazione che massacrano da trent'anni. Perché il regime vuole arricchire l'uranio, produrre plutonio e impedire le ispezioni? Perché vuole la Bomba. Vuole dominare il medio oriente. Vuole liquidare Israele. Ginevra li spinge sulla strada giusta. Israele ha molte ragioni per denunciare Ginevra: lo smantellamento del bunker di Fordo non è stato soddisfatto; l'accordo non contempla il programma militare, la ricerca sul device atomico e la balistica; grazie a Ginevra, l'Iran conserva quattro mesi di tempo per completare lo sviluppo di un congegno atomico nel caso in cui lo volesse; l'accordo non smantella i progressi tecnologici che ha compiuto l'Iran negli ultimi cinque anni, e le centrifughe, che erano qualche migliaio quando si insediava Barack Obama, sono salite a 18 mila e non saranno smantellate. Vero, l'Iran ha accettato di non arricchire l'uranio oltre il cinque per cento, ma Teheran manterrà la capacità di produrre combustibile di livello superiore se solo lo desidera. L'Iran ha già otto tonnellate di uranio arricchito, abbastanza per cinque bombe come Hiroshima. E potrà farlo clandestinamente: nell'accordo non è previsto il monitoraggio dei siti clandestini dove Cia e Israele sospettano che l'Iran stia conducendo i test. Non è previsto lo smantellamento del reattore di Arak, impianto che ha l'unico scopo di produrre un'arma atomica.
Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno creato un sistema globale di sicurezza. Obama lo sta archiviando. A Ginevra gli Stati Uniti hanno preferito una soluzione a breve termine che a lungo termine diventerà un pericolo alla pace mondiale. Intanto, sul volto di Netanyahu c'è tutto il senso di abbandono da parte del suo alleato. Israele, isolata e sorvegliata a vista nel feroce Levante, fa la voce grossa, ma dopo Ginevra è moralmente sullo stesso piano di chi vuole estinguerla.
Un giornalista a Ginevra ha chiesto allo spokesman di Lady Ashton di commentare l'ayatollah Khamenei, secondo cui gli israeliani sono "cani rabbiosi e illegittimi" da sterminare. Stizzito, il giovane ha detto di non averne intenzione. Silenzio da parte del dipartimento di stato. Tira una brutta aria in occidente.

(Il Foglio, 30 novembre 2013)

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