di Hilary Sechi

Era una tiepida e soleggiata mattina di maggio del 2023 quando ho varcato il cancello di Auschwitz. Proprio lui, quello su cui campeggia l’odiosa scritta Arbeit macht frei.
Avevo sentito tante di storie prima di visitare Auschwitz, come quella dell’odore

Molte persone hanno sostenuto che nel lager fosse possibile sentire ancora l’odore della carne bruciata, dei corpi passati per i camini. Io non ho sentito alcun odore, forse perché quel giorno spirava un forte vento, ma a Birkenau non ho potuto fare a meno di guardare il terreno su cui camminavo, senza smettere di pensare che le radici del tappeto d’erba che cresceva sotto ai miei piedi affondavano in sedimenti di ceneri umane.
Mi ci sono voluti parecchi giorni, dopo quella visita, per metabolizzare quel che avevo visto e quel che avevo sentito raccontare, pur leggendo da anni su questo argomento

E non è stata la teca dei capelli, o quella delle scarpe, né quella degli occhiali, né quella con i barattoli di zyklon B a turbarmi. Almeno, non solo. Ma i racconti di Margherita, la nostra guida. La sua voce che si affievoliva ogni volta che parlava dei tanti bambini uccisi appena giunti al campo, con iniezioni di fenolo nel cuore.
Così, senza colpo ferire

Cui seguivano gli inabili al lavoro, i disabili, ma anche quelli che si facevano addosso i bisogni se non li facevano nei pochi secondi concessi nelle latrine dalle guardie del campo o chi, semplicemente, veniva ammazzato se non comprendeva al volo gli ordini i tedesco.
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