Da anni l’Iran minaccia apertamente di distruggere Israele, sia attraverso i discorsi degli ayatollah che finanziando il terrorismo in tutto il Medio Oriente. Ma molti ancora oggi si chiedono: perché? Perché un Paese che non confina nemmeno con Israele dichiara che la sua distruzione è un obiettivo strategico? Perché l’Iran vede Israele non solo come un nemico, ma anche come una minaccia alla propria identità?

di Aviel Schneider
GERUSALEMME – L’ossessione iraniana per la distruzione di Israele è un fenomeno complesso con radici religiose, ideologiche, politiche e storiche. La Repubblica Islamica dell’Iran si basa su una visione rivoluzionaria sciita guidata dagli ayatollah e dalla guida suprema. Questa ideologia si considera all’avanguardia di una “rivoluzione islamica mondiale” con la missione di portare la giustizia, secondo la sua definizione, in tutto il mondo islamico e oltre. Ai suoi occhi, Israele non è semplicemente una “entità occupante sionista”, ma un simbolo dell’incredulità su questa terra, del colonialismo occidentale in Medio Oriente e dell’influenza del “grande Satana”, gli Stati Uniti. In Iran, religione e politica sono indissolubilmente intrecciate, e quindi la distruzione di Israele appare come un passo religioso verso la promozione della redenzione islamica.
Il successo di Israele nei suoi 76 anni di esistenza scuote la narrativa ideologica che la rivoluzione islamista a Teheran cerca di raccontare, ovvero che l’Islam rivoluzionario è moralmente e politicamente superiore all’Occidente. Per il regime iraniano, lo Stato ebraico in Medio Oriente è un simbolo rischioso di tutto ciò che la rivoluzione islamica voleva effettivamente eliminare: uno Stato libero, forte, prospero, democratico ed ebraico. Israele ostacola la narrativa iraniana. La teologia sciita, specialmente nell’interpretazione iraniana, attende il ritorno dell’Imam Mahdi nascosto, che inaugurerà una giustizia islamica globale. In questa visione messianica, Israele, uno Stato ebraico indipendente nel cuore del mondo islamico, non ha posto. Al contrario, l’esistenza di Israele è interpretata come un ritardo o addirittura un impedimento all’ordine “divino”. La semplice esistenza di Israele è per gli ayatollah una provocazione teologica, una sorta di “blasfemia permanente” che, dal loro punto di vista, deve essere eliminata. Come una spina nel fianco!
Questo mi ricorda il Salmo 83, un’antica espressione del desiderio di annientare Israele per odio. :

“Venite, distruggiamoli, affinché non siano più un popolo, affinché non sia più ricordato il nome di Israele!”

I nemici di Dio stringono alleanze contro Israele perché è una testimonianza della fedeltà di Dio, e questo non lo possono tollerare. L’odio verso Israele ha una radice spirituale: la volontà di cancellare la storia di Dio con questo popolo. Già la Bibbia parla più volte di Israele come di una «spina nell’occhio» o di una pietra d’inciampo per gli altri popoli, sia in senso letterale che figurato. Questo topos biblico ricorre in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento e può essere interpretato sia in senso storico-politico che spirituale-teologico. Continua aleggers u NsI