Una terra pronta al peggio nel caso dovesse arrivare.
ultimamente mi è capitato tra le mani un articolo di David Geffen,
giornalista israeliano, che riporto’ ciò che è accaduto nel settembre
del 1940 nella città di Tel Aviv.
Quegli eventi hanno tristemente intrecciato la storia del nostro paese,
l’Italia, con quello dello Yishuv,letteralmente l’insediamento, è il
nome dato al gruppo di ebrei residenti in terra di Israele prima della
fondazione dello Stato.
I fatti risalgono al pomeriggio del 9 settembre 1940, quando uno
squadrone dell’aviazione italiana sganciò 62 bombe nell’arco di 3 minuti
sulla città di TelAviv, lasciando dietro di se’ 137 morti e 350 feriti.
Fu questo l’evento che trascinò lo Yishuv nella Seconda Guerra Mondiale.
Chi governava l’Italia in quel periodo, aveva deciso l’ingresso del
nostro Paese nel conflitto mondiale pochi mesi prima di quel
bombardamento nel luglio 1940 e vedeva il Medio Oriente come un
territorio dove espandere la propria egemonia, avendo già conquistato
l’Etiopia alcuni anni prima. La Palestina allora, sotto il Mandato
Britannico, era uno degli obiettivi da colpire per completare quel piano.
La preparazione della popolazione ebraica contro gli attacchi aerei era
già cominciata nel 1938. Gli abitanti delle città venivano preparati ad
ogni eventualità, spiegando loro come comportarsi in caso di attacco
aereo e fornendo corsi di operazione di emergenza e di primo soccorso.
Numerose erano state le richieste alle autorità britanniche affinché
anche gli ebrei potessero dotarsi di armi di difesa,ma ogni richiesta
era stato puntualmente rifiutato.
La città che meglio si era preparata a tali attacchi fu Haifa in quanto
era la sede di raffinerie e impianti industriali, considerati obiettivi
primari dell’aviazione italiana, il piano segreto che il leader dello
Yishuv avevano sviluppato per l’evacuazione delle città costiere in
Galilea, aveva un richiamo storico molto forte si chiamava il, piano Masada.
L’articolo di Geffen riporto’ anche le parole di uno scrittore residente
a TelAviv, che nel mese di luglio 1940 cerco’di catturare l’atmosfera
che in quei giorni si respirava in città. “Spinta da una invisibile e
irrefrenabile forza, la vita va avanti. Il suo andamento frettoloso,
interminabile ed evanescente sembra essere perfettamente normale. Se un
uomo proveniente da un altro pianeta dovesse mettere piedi qui
(riuscendo ad evitare la vigilanza anti-paracadutisti),potrebbe metterci
un po’ prima di capire le emozioni celate dalla superficie. I lineamenti
tirati delle persone te lo direbbero ciò che esse provano veramente.
Noterebbe poi sacchi di sabbia accumulati,rifugi ricavati dalle cantine
in trincee. Infine la completa oscurità della notte che avvolge l’intero
paese lo sorprenderebbe.
Ecco, da tutto ciò dovrebbe capire che la Palestina è una terra pronta
per il peggio, nel caso dovesse arrivare.”
Da questo breve passaggio si vede come gli ebrei di Palestina cercavano
in tutto e per tutto di essere pronti a difendersi in caso di attacco.
Ma la legge britannica non gli concedeva di armarsi.
Purtroppo le misure preventive intraprese non furono completamente efficaci.
Nel mese di luglio ci fu il primo bombardamento dell’aviazione italiana,
che colpì la città diHaifa e provocò le prime vittime.
Durante i successivi mesi di agosto e settembre ci furono numerosi
avvisi di probabili attacchi sulle città costiere, ma nulla di più.
Gli abitanti di TelAviv iniziarono così a supporre che gli obiettivi
degli attacchi aerei non sarebbero stati loro, dal momento che Haifa era
la sede di raffinerie e impianti industriali e l’obiettivo militare più
vicino a loro distava almeno 40 kilometri.
La mattina del 9 settembre 1940 arrivo’ e gli abitanti di Tel Aviv
iniziarono la loro giornata come ogni altro giorno.
Alle 16:58 gli aerei italiani apparvero all’orizzonte da nord ovest.
Attraversarono la linea costiera e iniziarono a bombardare la parte
centrale e meridionale della città indistintamente.
Nell’arco di tre minuti sganciarono tutte le loro bombe per poi girarsi
e tornare da dove erano venuti.
Un residente di TelAviv,sorpreso da quegli eventi mentre stava
lavorando, racconta così la sua esperienza:
“Improvvisamente abbiamo sentito il rumore degli aerei e delle esplosioni.
Colonne di fumo si alzarono in diverse zone. Corremmo verso il rifugio
più vicino.
Il tempo trascorso in quel riparo sembrava eterno, in realtà non durò
più di 10 minuti.
Dopodiché ci dirigemmo verso l’edificio in fiamme più vicino, per
cercare morti e feriti. Maledicemmo chi aveva provocato quel disastro,
ma la nostra rabbia era ancora maggiore verso la Gran Bretagna, che non
ci aveva permesso di armarci per difenderci.
Di magazzini pieni di armi custodite in segreto ne avevamo in
abbondanza, ma non riuscivamo a capire perché non volevano che ci
arruolassimo nei loro ranghi.
Ironia della sorte, il bombardamento sul TelAviv avvenne la stessa
settimana in cui la Gran Bretagna permise agli ebrei di Palestina di
partecipare alle esercitazioni per combattere nell’esercito britannico.
Manifesti di reclutamento di volontari ebrei tappezzarono la città
affiancati ai necrologi delle vittime del bombardamento.
Oggi 73 anni circa dopo quei tristi avvenimenti, la situazione per certi
versi è cambiata.
Il nostro paese non è più una minaccia per l’integrità delle città
israeliane e lo Yishuv non solo non si è disfatto a seguito di quelle ed
altre difficili contingenze,ma è diventato un vero e proprio Stato, lo
Stato di Israele.
Ciò che da allora non è cambiato è che gli israeliani continuano a
prepararsi ad ogni evenienza.
Alcuni in nome della guerra si sono presi l’incarico di mantenere sempre
attive ed in allerta le difese israeliane,lanciando periodicamente
missili e minacce di distruzione. Altri invece il nome della pace
continuano a consigliare agli ebrei come dovrebbero o non dovrebbero
difendersi.
Gabriele Monacis
Chiamata di Mezzanotte marzo/aprile 2013