Miliardi di dollari affluiscono nella Striscia di Gaza, ma il capitale può sanare vecchie inimicizie o crea solo nuove dipendenze?

di Aviel Schneider

GERUSALEMME – Mentre miliardi di dollari vengono investiti nella ricostruzione della Striscia di Gaza e miliardari del settore tecnologico come Jared Kushner, Peter Thiel e Larry Ellison cercano di realizzare la loro visione di una zona high-tech esente da tasse, sorge una domanda fondamentale: il capitale è sufficiente per risolvere decenni di conflitti in Medio Oriente? Le tensioni storiche, bibliche e ideologiche tra Israele, i palestinesi e gli Stati arabi caratterizzano profondamente la regione e non possono essere semplicemente messe da parte con investimenti, centri di intelligenza artificiale o start-up di lusso. L’ambizione economica può colmare i vecchi divari o alla fine il denaro serve solo come nuovo strumento per assicurarsi potere, influenza e controllo geopolitico? A mio parere, il denaro può finanziare la pace, ma non crearla.
Dopo la guerra, la Striscia di Gaza potrebbe trasformarsi in una zona high-tech esente da tasse, aprendo così la strada alla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Anche Jared Kushner e Peter Thiel sono coinvolti. Il progetto di ricostruzione da miliardi di dollari sta già attirando Stati, investitori ed ex capi di governo. Kushner vuole creare centri di intelligenza artificiale, mentre i finanziatori internazionali cercano un clima di investimento liberale. Gli esperti vedono in questo un possibile trampolino di lancio economico per un avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, anche grazie all’influenza di Kushner. Ma la strada per arrivarci è irta di ostacoli: Hamas è un ostacolo sia dal punto di vista politico che della sicurezza. Il massacro del 7 ottobre avrebbe dovuto impedire proprio questo sviluppo e ha congelato per il momento il progetto di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad, mentre Riad e Parigi stanno ora spingendo per il riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese.
Allo stesso tempo, la casa reale saudita continua a intrattenere stretti rapporti economici con gli Stati Uniti e si sta affermando come una potenza emergente nel campo dell’intelligenza artificiale. Miliardi di investimenti da parte di Nvidia e Amazon confluiscono in nuove server farm nel regno, tra cui anche progetti con persone vicine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’esempio più recente mostra la portata di questo sviluppo: una gigantesca “acquisizione con finanziamento esterno” (LBO) da 55 miliardi di dollari per l’acquisizione del gigante statunitense dei videogiochi Electronic Arts (EA), produttore dei giochi FIFA. L’operazione è finanziata in gran parte dal fondo sovrano saudita PIF, insieme alla Affinity Partners di Jared Kushner, che gestisce quasi esclusivamente capitali sauditi, e alla Silver Lake, un fondo statunitense con stretti legami con gli Emirati. La partecipazione di Kushner a questa operazione attira critiche e attenzione a livello internazionale, in particolare per quanto riguarda i possibili conflitti di interesse tra vicinanza politica e investimenti privati.
L’obiettivo è quello di trasformare l’Arabia Saudita in una superpotenza nel settore dei giochi e dello sport. Ma mentre nella Striscia di Gaza si negozia ancora la fine della guerra, sullo sfondo si sta già formando un nuovo asse geopolitico: Washington, Riad e Gerusalemme, unite da interessi, tecnologia e potere, molto prima che si parli del “giorno dopo”. Mi chiedo davvero in che misura tutti questi investimenti nella Striscia di Gaza possano portare a una vera pace tra i popoli: palestinesi e israeliani, musulmani ed ebrei? È davvero possibile cancellare l’ideologia radicale dei Fratelli Musulmani dalla mente delle persone nella Striscia di Gaza? Inoltre, l’intera proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire tutti i due milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza per ricostruirla è stata spazzata via dal vento.
Dobbiamo ammettere che progetti economici come la zona high-tech di Kushner nella Striscia di Gaza possono creare le condizioni quadro per la cooperazione, ma non possono sostituire la riconciliazione. Finché Hamas, l’Autorità Palestinese, Israele, l’Arabia Saudita e l’Occidente saranno intrappolati in conflitti ideologici e religiosi per il potere, il denaro non sarà una panacea. Il denaro può finanziare la pace, ma non crearla. Può costruire muri, strade, fabbriche e server farm, ma non può cambiare i cuori, perdonare i peccati e sanare la storia. La vera pace in Medio Oriente, come ovunque, non inizia con gli investimenti, ma con la verità, la giustizia e la conoscenza di Dio.
Hadas Lorber, responsabile del progetto Israele-USA presso l’INSS e direttrice dell’Istituto per l’IA responsabile presso l’HIT, vede nella crescente coinvolgimento di Jared Kushner e dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella pianificazione postbellica per la Striscia di Gaza un segnale strategico, anche in vista del riavvicinamento all’Arabia Saudita. “I sauditi e gli emiratini vogliono sedersi al tavolo delle trattative per la ricostruzione della Striscia di Gaza”, ha dichiarato Lorber al quotidiano finanziario israeliano Globes. Secondo i piani di Blair e Kushner, l’intera Striscia dovrebbe essere smilitarizzata, posta sotto l’amministrazione tecnocratica araba e trasformata in una zona start-up esente da tasse: una Singapore nel deserto per il cloud computing, l’IA e la mobilità elettrica. Sono previsti server farm, uno stabilimento Tesla e investimenti da parte di miliardari internazionali come Peter Thiel e Larry Ellison, alla ricerca di zone con una regolamentazione leggera ed esenti da tasse. Ellison sarebbe disposto a investire 350 milioni di dollari nel progetto.
“Trump punta alla stabilità regionale, ma la completa normalizzazione con l’Arabia Saudita continua a dipendere dalle condizioni politiche e dalle richieste palestinesi”, spiega Lorber. Si prevede un modello graduale che rimanda inizialmente decisioni fondamentali come la questione dei due Stati. In futuro Israele potrebbe riconoscere o meno l’autodeterminazione palestinese, a seconda dell’attuazione di determinate condizioni. Nell’era Trump vale una regola: la normalizzazione con Israele passa attraverso leve economiche controllate dagli Stati Uniti. Lorber vede in questo l’inizio di un movimento più ampio che potrebbe coinvolgere anche paesi come l’Indonesia, la Siria, il Libano e gli Stati musulmani africani. Ma queste sono ancora idee lontane all’orizzonte, e qui bisogna davvero chiedersi se il denaro possa davvero portare la pace in Medio Oriente. Continua a leggere su NsI