di Aviel Schneider

GERUSALEMME – Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato l’iniziativa americana di schierare una forza internazionale nella Striscia di Gaza. Questa iniziativa degli Stati Uniti preoccupa Gerusalemme. Soprattutto, si dubita che l’organizzazione terroristica Hamas venga effettivamente disarmata, anche se questo è esplicitamente previsto dalla risoluzione. Allo stesso tempo, a Gerusalemme cresce il timore per l’articolo 7, che secondo gli esperti israeliani potrebbe servire come possibile strada per la creazione di uno “Stato palestinese”. Questa proposta è stata presentata al Consiglio di sicurezza dell’ONU dai più stretti alleati di Israele a Washington e quindi Israele ha preferito trattarla con cautela. Per gli Stati Uniti si tratta di una svolta diplomatica, per Hamas di uno shock e per Israele di un possibile momento di speranza, ma anche di incertezza. Gli eventi relativi alla risoluzione dell’ONU hanno implicazioni non solo geopolitiche, ma anche profondamente bibliche. Per molti israeliani, religiosi e laici, è chiaro che la storia del Paese non si svolge nel vuoto, ma nella lunga ombra delle promesse, degli avvertimenti e dei modelli della Bibbia. Innanzitutto, colpisce quanto l’attuale dinamica corrisponda a un modello biblico familiare: le grandi potenze decidono il destino di Israele, spesso con buone intenzioni, ma senza una reale conoscenza della struttura spirituale del Paese e della regione. Già i profeti Isaia, Amos e Geremia mettevano in guardia dal fare affidamento sui “popoli del mondo”, che oggi aiutano e domani cambiano le loro priorità. Israele si trova tra le aspettative delle nazioni e i propri obblighi nei confronti delle sue radici storiche.
Pertanto, la grande maggioranza in Israele rifiuta decisamente uno Stato palestinese, come dimostrano tutti i sondaggi, sia nei media mainstream di sinistra che in quelli di destra. Il 7 ottobre 2023 ha distrutto ogni illusione: uno Stato del genere, nelle circostanze attuali, rappresenterebbe un pericolo esistenziale per Israele. Un nuovo sondaggio ha mostrato che il 70% della popolazione israeliana è contraria alla creazione di uno Stato palestinese. Il rifiuto cresce anche se la proposta fosse collegata a un accordo di pace storico con l’Arabia Saudita. Il sostegno al riconoscimento di uno Stato palestinese è estremamente basso tra il popolo israeliano: solo l’8% lo approva senza condizioni e un altro 13% lo approverebbe solo se lo Stato fosse smilitarizzato e riconoscesse Israele. Il sondaggio è stato condotto dal “Lazar Research Institute” sotto la direzione del dottor Menachem Lazar per il Centro per gli affari pubblici e la sicurezza di Gerusalemme.
L’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato prima del voto al Consiglio di sicurezza dell’ONU che la risoluzione rappresenta un’opportunità per compiere progressi concreti verso la pace. “Si tratta di un piano pragmatico e coraggioso, basato sul programma in 20 punti del presidente Trump”, ha spiegato Waltz. “Chi vota contro questa risoluzione vota per un ritorno alla guerra”. Tredici Stati hanno votato a favore, mentre Russia e Cina si sono astenute.
La reazione di Hamas non si è fatta attendere. L’organizzazione ha dichiarato di rifiutare categoricamente qualsiasi ‘disarmo’ e di voler continuare la “resistenza contro Israele in tutte le sue forme”. Hamas ribadisce così ancora una volta che non conosce altra esistenza se non quella della lotta armata e non mostra alcuna disponibilità a costruire il futuro della Striscia di Gaza senza terrorismo e armi. Di conseguenza, l’organizzazione ha definito l’invio di una forza internazionale come una presa di posizione a favore di Israele e un attacco ai “diritti palestinesi”, una narrativa che sta perdendo sempre più credibilità nel mondo arabo. Molti a Gerusalemme ritengono che Hamas non deporrà le armi nemmeno “se il profeta Maometto scendesse dal cielo e lo pregasse di farlo”. Continua a leggere su NsI