di David Castel*
In questa sala di Beer Sheva non si giudicano solo gli uomini. Si giudicano il silenzio, la paura, il prezzo della parola. Il resto, le pareti blindate, i poliziotti, i vetri, è solo scenografia. Il verdetto non è stato una sorpresa. È caduto come un sasso che sapevamo già essere lì. Tre ergastoli. Tre morti. Una storia che si chiude fingendo di credere che sia finita.
Yaniv Zaguri è rimasto in piedi. Né spavalderia né crollo. Sette anni di processo hanno logorato i nervi come l’acqua logora la pietra. Il giudice ha parlato di cinema. Cattivo cinema. Un film poliziesco scritto con sangue, rabbia, vendetta. Ma non era un film. Era un manuale d’istruzioni. Una grammatica della paura.
Tutto inizia sempre con qualcuno che parla. Un uomo che decide di non poter più tacere. Tal Korkus era uno di quelli. Conosceva le regole, i volti, le abitudini. Era stato dalla parte giusta, poi dall’altra. Ha testimoniato. E da quel momento è iniziato il conto alla rovescia. Nel marzo 2016, è stata la sua ex moglie, Dvora Hirsch, a cadere per prima. Uccisa in un parcheggio, davanti ai suoi figli. Non era lei l’obiettivo principale. Era la prova che la vendetta non si ferma ai confini del fascicolo giudiziario. Che trabocca. Che contagia.
Korkus muore meno di un anno dopo, ad Ashkelon. Un invito, un appartamento, un’auto. L’esplosione è netta. Definitiva. Elisha Sabah, un altro testimone, viene ucciso a Netanya, nel suo ristorante. Tre morti. Tre scene diverse. Un unico messaggio. Il giudice lo riassume senza mezzi termini: «Chiunque metta le mani sul fascicolo morirà».
Ciò che questo processo racconta è un’organizzazione che non si lascia trasportare dalla rabbia. Calcola. Aspetta. Colpisce dove fa male. Intorno a Zaguri, esecutori, intermediari, uomini senza statura mitologica. Nessuna figura romantica. Ingranaggi. Il crimine organizzato, qui, non è spettacolare. È paziente. Sa che il tempo gioca a suo favore. Continua a leggere su NsI