di Bonnie Rose Zanni
In occasione della Giornata europea dei Giusti dell’umanità, martedì 10 marzo 2026 si è svolto il convegno “Le Storie dei Giusti: Quattro Bambini Scampati dal 16 ottobre”. L’evento, inserito nel ciclo di conferenze dal titolo Tra Resistenza e Resa, organizzato dalla Prof.ssa Deborah D’Auria in collaborazione con l’UCEBI e il CDEC presso la Fondazione Ernesta Besso a Roma ed è stato moderato dalla Prof.ssa Silvia Guetta dell’UNIFI
Il convegno si è aperto con il Ricordo di Carolina Milani a cura del dott. Lello Dell’Ariccia, presidente dell’Associazione Progetto Memoria seguito dall’intervento di Suor Grazia Loparco che ha introdotto il tema delle “reti silenziose di salvezza: il soccorso nei conventi e monasteri durante l’occupazione”. Un intreccio di gesti nascosti, di porte socchiuse e di coraggio discreto che, negli anni più bui dell’occupazione nazista, contribuì a salvare molte vite.
Il convegno ha dato spazio alle testimonianze di alcuni bambini che riuscirono a sopravvivere a quei giorni drammatici. Oggi tutti ultra ottantenni , hanno riportato alla memoria frammenti di un’infanzia segnata dalla paura, ma anche dalla solidarietà inattesa.
Tra loro Gabriele Sonnino, che il 16 ottobre 1943 aveva appena quattro anni. Insieme alla sorella di sei anni e ai genitori fuggì dal ghetto ebraico di Roma dopo l’arrivo dei tedeschi. La famiglia raggiunse di notte l’Ospedale Fatebenefratelli, dove si diceva che altri ebrei trovassero rifugio. Dormirono persino accanto ai malati. Lì Gabriele incontrò Frate Maurizio, che lo prese sotto la sua protezione e lo portava con sé ovunque. Quando la famiglia fu costretta a lasciare l’ospedale per via dei controlli dai tedeschi, però, il pericolo tornò improvvisamente: davanti a una latteria, un soldato tedesco fermò la sorella. In quel momento uscì il lattaio Francesco che, mostrando una croce appesa al collo, fece passare i due bambini per cattolici. Li affidò poi, insieme ai genitori, al portiere di un palazzo in Piazza Costaguti, che li nascose, contribuendo così alla loro salvezza.
La storia di Mario Mieli è ancora più drammatica. Aveva due anni e mezzo quando i tedeschi rastrellarono gli ebrei di Roma. Era già tra le braccia della madre, caricata su un camion, quando sua zia — la sorella della madre — tentò un gesto disperato. Non potendo avvicinarsi al camion senza essere arrestata, chiese aiuto a una donna lì vicino, convincendola a fingere che il bambino fosse suo. Con l’aiuto di un interprete ebreo, la donna riuscì a prendere Mario e a portarlo via. Lo lasciò poi vicino a una fontanella in un parco, dove la zia lo recuperò poco dopo. Mario fu cresciuto dalla zia e dalla sua famiglia. I suoi genitori, invece, non tornarono mai.
Il racconto di Ugo Foà riporta ancora più indietro nel tempo, all’estate del 1939, a Napoli. Non avendo frequentato la scuola pubblica, dovette sostenere un esame per essere ammesso alla seconda ginnasio. Sul registro venne annotato: “Ugo Foà, razza ebraica”. Seduto inizialmente al secondo banco, fu poi mandato all’ultimo dalla presidente della commissione, con l’ordine di non avere contatti con gli altri bambini. Un gesto che lo lasciò sconvolto. Poco dopo, però, la stessa insegnante si avvicinò e gli sussurrò: «Ugo, coraggio. Tutto passerà». Un piccolo gesto di solidarietà che, nonostante l’umiliazione subita, gli diede la forza di andare avanti. “Nella vita — ha ricordato — ci sono momenti duri, ma quando in quei momenti qualcuno ti mostra solidarietà, quella sensazione resta per sempre”.
Anche Claudio Fano ha condiviso ricordi legati alla persecuzione e alla guerra. Suo padre fu tra le vittime dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine. Ha raccontato la vita quotidiana durante l’occupazione: la tessera annonaria per il cibo, il coprifuoco, le famiglie costrette a convivere in spazi ristretti. Suo nonno, membro del Consiglio della Comunità Ebraica e assessore alle finanze, fu tra coloro che dovettero tentare l’impossibile: raccogliere 50 chili d’oro in 24 ore per riscattare gli ebrei di Roma.
Infine Nando Tagliacozzo ha raccontato una vicenda segnata dal caso e dalla tragedia. La notte del 15 ottobre 1943 sua sorella decise di dormire a casa della nonna, dove abitava anche lo zio. All’alba del giorno successivo i tedeschi irruppero nell’appartamento e li portarono via. Nando, i suoi genitori e suo fratello — che abitavano nella casa di fronte sullo stesso pianerottolo — si salvarono semplicemente perché alla loro porta non bussò nessuno. Un fatto che ancora oggi non riesce a spiegarsi. La nonna, lo zio e la sorella furono deportati verso nord e finirono ad Campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove morirono. Anche il padre fu arrestato successivamente e deportato ad Auschwitz. “Non sono morti — ha raccontato — sono scomparsi”. Senza una tomba, ha spiegato, il lutto rimane sospeso, impossibile da elaborare fino in fondo.
Il convegno si è rivelato un momento di grande intensità. Attraverso queste voci, la tragedia del rastrellamento di Roma ha assunto una prospettiva nuova e profondamente umana: quella degli occhi dei bambini che la vissero. Piccole storie individuali che, intrecciate tra loro, restituiscono il peso della memoria e il valore della solidarietà nei momenti più oscuri della storia.

Bonnie Rose-Zanni e Mario Mieli
Bonnie Rose-Zanni e Gabriele Sonnino
Bonnie Rose-Zanni e Ugo Foà
Nando Tagliacozzo
Claudio Fano