Il destino del mondo non si decide nei suoi spazi aperti, ma nei suoi punti di strozzatura.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME – Non sono più solo missili, droni o carri armati a decidere della guerra e della pace. Sono stretti corsi d’acqua, appena visibili sulla mappa del mondo, ma di enorme importanza strategica. Chi li controlla, controlla il flusso dell’economia mondiale. E chi li disturba, paralizza non solo gli avversari, ma interi continenti.

• Il mondo nella cruna di un ago
Gli attacchi della milizia Houthi alle navi mercantili nello stretto di Bab al-Mandab hanno dimostrato quanto sia vulnerabile questo sistema. Improvvisamente, una rotta che collega l’Europa all’Asia diventa una zona a rischio. Il Canale di Suez, per decenni simbolo della stabilità commerciale globale, perde enormemente di importanza, perché le compagnie di navigazione scelgono la deviazione intorno all’Africa. Per l’Egitto ciò significa perdite miliardarie, per il mondo prezzi in aumento, ritardi nelle catene di approvvigionamento e crescente incertezza.
Ancora più grave è la situazione nello Stretto di Hormuz. Qui scorre l’arteria vitale energetica del mondo. Una parte considerevole del commercio globale di petrolio attraversa quotidianamente questo stretto. Se l’Iran minaccia di bloccarlo, non si tratta di una semplice minaccia a livello regionale, ma di un intervento diretto nella stabilità dell’economia mondiale. La reazione degli Stati Uniti, la presenza militare e il controllo sul traffico marittimo dimostrano quanto velocemente le questioni economiche possano trasformarsi in un’escalation militare.
Ma il vero problema è più profondo. Questi punti di strozzatura non sono isolati. Formano una rete. Se uno viene a mancare, gli altri finiscono sotto pressione. Lo Stretto di Malacca in Estremo Oriente, attraverso il quale passa gran parte del commercio asiatico, è altrettanto vulnerabile. Gli stretti turchi, il Bosforo e i Dardanelli, determinano l’accesso al Mar Nero e quindi le esportazioni di cereali e l’equilibrio geopolitico nell’Europa orientale.
E poi c’è quella soglia insignificante ma decisiva all’ingresso del Mediterraneo, lo Stretto di Gibilterra. Se venisse bloccato, non si tratterebbe più di un incidente regionale, ma di uno shock globale. Il Mediterraneo verrebbe di fatto tagliato fuori dall’Atlantico. L’Europa, Israele e il Nord Africa perderebbero il loro collegamento marittimo più importante con il mondo esterno. Un simile blocco equivarrebbe a un atto di guerra, con conseguenze militari difficilmente calcolabili.

• Quando stretti diventano armi
Dal punto di vista del diritto internazionale, la situazione è chiara, almeno sulla carta. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare garantisce il libero transito attraverso gli stretti internazionali, ma la realtà è ben diversa. Stiamo assistendo a una nuova forma di conduzione dei conflitti, non a dichiarazioni di guerra aperte, ma a interferenze mirate.
Non si tratta di blocchi classici, ma di interventi ibridi. Le regole valgono, ma vengono sempre più aggirate.
È proprio qui che risiede il cambiamento strategico del nostro tempo. I conflitti non si decidono più solo sul campo di battaglia, ma lungo le infrastrutture globali. Chi oggi vuole esercitare il potere non attacca necessariamente l’avversario direttamente, ma le sue arterie vitali: energia, commercio, approvvigionamento.

• La logica biblica dei colli di bottiglia
Già durante l’esodo dei figli d’Israele dall’Egitto, un collo di bottiglia diventa il palcoscenico decisivo della storia. Il popolo si trova di fronte al mare, alle sue spalle l’esercito del Faraone. Un collo di bottiglia naturale, apparentemente senza via d’uscita. Solo quando la via si apre, la situazione si ribalta. Il collo di bottiglia nell’acqua diventa salvezza per gli uni e rovina per gli altri. Più tardi, Edom nega a Israele il passaggio attraverso la cosiddetta Via dei Re, una delle rotte commerciali più importanti della regione. Ciò che accade qui non è altro che un blocco politico. Un popolo controlla l’accesso, l’altro deve deviare. Tempo, risorse, forza: tutto diventa più costoso.
Anche la regione costiera di Canaan mostra questo schema. I Filistei dominano la rotta commerciale centrale tra l’Egitto e il nord, chiamata Via Maris. Israele rimane a lungo tagliato fuori da questo asse, con evidenti svantaggi strategici. Questa è anche una delle spiegazioni politiche del perché il popolo d’Israele dovette fare la deviazione attraverso il deserto e non poté prendere l’autostrada Via Maris direttamente lungo la costa verso la Terra Promessa.
Infine, le città fenicie come Tiro e Sidone controllano il commercio marittimo e diventano così superpotenze economiche. In epoca biblica, la ricchezza si spiega proprio con questo controllo e la loro caduta viene descritta come il crollo di un’intera rete commerciale.
Anche gli assedi seguono lo stesso principio. Le città non vengono sempre distrutte direttamente, ma isolate. Le linee di rifornimento si interrompono, insorge la fame, la resistenza crolla. È la forma più antica di blocco e funziona ancora oggi.

• Dall’antichità al presente
Ciò che oggi sta accadendo tra l’Iran, gli Stati Uniti e i loro alleati non è in sostanza altro che la continuazione moderna di questo schema. A sud del Mar Rosso viene interrotta una rotta commerciale. Nel Golfo Persico viene messa sotto pressione una vena energetica. I mercati globali reagiscono immediatamente. La differenza rispetto all’antichità non sta nel principio, ma nella portata. Ciò che un tempo aveva ripercussioni regionali, oggi ha conseguenze globali.
Non sempre è la forza dell’esercito a decidere, ma il controllo sulle vie di comunicazione. Già nell’antichità le rotte commerciali erano assi di potere. Chi le dominava determinava l’ascesa e la caduta degli imperi. Oggi poco è cambiato, solo che la dimensione è diventata globale. Il mondo si trova quindi in un punto pericoloso. Se più di uno di questi stretti viene messo sotto pressione contemporaneamente, non si crea più un conflitto regionale, ma una reazione a catena con conseguenze globali. Le catene di approvvigionamento si interrompono, i prezzi dell’energia esplodono, le tensioni politiche si inaspriscono. Continua a leggere su NsI