“Pensavo di stare bene. Poi mi sono resa conto di come il corpo continui a portare dentro di sé la guerra, anche molto tempo dopo il cessate il fuoco”. Un racconto molto personale di una corrispondente di Israel Heute.
di Oriel Moran
Provengo da una zona rurale del Texas, dove le mucche pascolano su prati infiniti e dove i fuochi d’artificio del 4 luglio sono l’evento più emozionante dell’anno. La mia infanzia, trascorsa qui negli anni ’90, è stata caratterizzata dalla pace in uno dei paesi più meravigliosi del mondo.
A un certo punto fu chiaro: la mia famiglia avrebbe scambiato la cosiddetta «Bible Belt» con la vera terra della Bibbia. Avremmo vissuto la nostra identità ebraica nella patria dei nostri antenati – là dove Giosuè vide crollare le mura di Gerico e dove Davide sconfisse Golia con un sasso liscio lanciato dalla fionda. Stavo per unirmi alla terra degli eroi invincibili, una nazione di vincitori i cui nemici giacciono nella polvere e i cui accusatori vengono puniti da Dio in persona.
Più o meno era questa la nostra idealistica visione. Ciò che io e la mia famiglia portavamo con noi dagli Stati Uniti, lo trasportammo in un paio di valigie fino alla fermata dei taxi. Un volo notturno ci portò a Tel Aviv. Finalmente mettemmo piede in Eretz Israel, sfiniti dal lungo viaggio, ma con un travolgente senso di appagamento.
Con mia grande delusione, nella terra dove scorrono il latte e il miele, ricevemmo un caloroso benvenuto con un «Allahu akbar». Nel 2000, infatti, scoppiò la seconda Intifada e la mia mente di bambina di otto anni non riusciva a capire come le persone potessero essere così cattive. Continua su NsI