di Ariel Winkler

Israele non è un paese qualsiasi tra tanti, ma il centro delle promesse bibliche, della storia della salvezza e del futuro compimento dei piani di Dio. Per questo non possiamo fare a meno di parlare di Israele. La realtà odierna ci spinge proprio a guardare a Israele con occhi nuovi, non solo dal punto di vista politico, ma anche e soprattutto spirituale.
Nella Bibbia vediamo Israele come popolo eletto, afflitto e benedetto. Queste tre dimensioni descrivono l’opera di Dio con il suo popolo: Dio ha eletto Israele, esso soffre di continue opposizioni e attacchi, eppure su di esso riposa la benedizione speciale di Dio. Chi osserva Israele ottiene una visione profonda delle vie di Dio con il suo popolo e del suo piano di salvezza per il mondo intero.

• Eletto: la scelta divina di israele
Deuteronomio 7,7-8 chiarisce che Israele è un popolo santo per il Signore, suo Dio. Dio ha scelto Israele tra tutti i popoli che sono sulla terra, affinché fosse il suo popolo di proprietà. Questa elezione non avvenne perché Israele era più importante di tutte le altre nazioni – al contrario, era il più piccolo tra tutti i popoli –, ma perché il Signore amava Israele e voleva mantenere il giuramento che aveva fatto ai padri. Per questo il Signore condusse il suo popolo fuori dall’Egitto con mano potente e lo liberò dalla casa della schiavitù e dalla mano del Faraone.
Dio è sovrano. Non è tenuto a spiegarci perché compie una determinata scelta o perché fa questo o quello. Ha scelto Abramo, gli ha fatto delle promesse e ha stretto un’alleanza con lui, sebbene il termine «scegliere» non compaia espressamente nel testo. Non ci viene fornita una vera e propria motivazione del perché Dio ha scelto Abramo. Dio gli promise una terra (Genesi 12,7; 15,18), benedizioni (Genesi 12,2-3; 26,4; 28,14) e promise di essere il Dio del suo popolo (Genesi 17,7 e altri). L’elezione di Israele non si basava sui suoi meriti, ma sulla libera e amorevole decisione di Dio e sulle sue promesse irrevocabili ad Abramo, Isacco e Giacobbe.
Questa elezione, tuttavia, non significa un comodo privilegio, ma una grande responsabilità. Quando Dio elegge, ciò ha sempre delle conseguenze per l’eletto. Già Adamo ed Eva erano stati destinati a servire nel giardino dell’Eden e avevano la responsabilità di coltivare e custodire il giardino (Genesi 2,15). Lo stesso vale per Israele: attraverso la sua elezione, Israele è chiamato ad essere un popolo santo, un popolo di proprietà speciale e un «regno di sacerdoti» (Esodo 19,6). Deve riflettere la santità di Dio e fungere da mediatore tra Dio e gli uomini in mezzo alle nazioni.
Allo stesso tempo, Dio rispetta il libero arbitrio dell’uomo. L’elezione non annulla la decisione personale. Quando Dio sceglie, anche l’altra parte deve scegliere. Adamo ed Eva si trovarono di fronte alla decisione di obbedire a Dio, di custodire il giardino e di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Il profeta Giona fu chiamato da Dio ad andare a Ninive, ma inizialmente decise di non obbedire. La sua disobbedienza ebbe conseguenze per lui stesso e per chi lo circondava. Dio è consapevole di questa tensione e per questo esorta con forza anche Israele a prendere una decisione: «Scegli la vita…» (Deuteronomio 30,19).
L’elezione è sempre una chiamata all’obbedienza e alla santità. Quando Dio chiama, chiama a fidarsi di Lui, a obbedire ai Suoi comandamenti e a consacrarsi a Lui. L’elezione non è un lasciapassare, ma una chiamata di grazia a vivere nell’amore di Dio e a rendere visibile la Sua santità.

• Controversia: la lotta spirituale e politica
Fin dai tempi di Abramo esiste una tensione tra il popolo di Dio e il resto del mondo. Abramo viveva sì nella terra di Canaan, ma non si mescolava con gli abitanti del luogo. Fece giurare al suo servo di cercare una moglie per Isacco tra le donne del suo paese e rifiutò di accettare doni quando i figli di Heth gli offrirono un luogo di sepoltura. Questa separazione proseguì nella vita di Isacco e si manifestò in modo ancora più marcato in Giacobbe, il quale, dopo le azioni dei suoi figli Simeone e Levi, temeva la vendetta del popolo di Sichem. È da notare il fatto che proprio i discendenti dei patriarchi che non erano eredi della Promessa – Ismaele ed Esaù – presero in moglie le figlie del paese, fondendosi così con i popoli di Canaan e dei dintorni. Continua a leggere su NsI