L’istituzione religiosa “chiesa cattolica”, con al suo centro la figura del monarca papale, è, nella sua stessa struttura, espressione di peccato. Gesù l’ha detto chiaramente: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli” (Matteo 23:9). L’umano “Santo Padre” che oggi si espone al tripudio popolare, si contrappone dunque, nel suo stesso titolo, a Dio stesso, come il Signore Gesù l’ha fatto conoscere. Ancora una volta questa figura ha voluto occupare il centro del mondo, in opposizione a Dio. E’ bene che gli ebrei ne tengano conto, perché questa pretesa di centralità sacra è il chiaro segnale di un antisemitismo incorreggibile, quali che siano le parole con cui si cerchi di nasconderlo. Ripresentiamo, in forma leggermente adattata, un articolo già presente nel nostro sito.

di Marcello Cicchese

L’ebraismo ruota intorno a un centro territoriale: Gerusalemme (Salmo 137:5). Al centro di questo centro si trova il Tempio, la casa dell’Eterno (Salmo 122:1).
Il Messia Gesù “è venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto” (Giovanni 1:11), ma prima di lasciare questa terra ha detto:

“Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Luca 13:35).

Dopo la sua risurrezione Gesù fu assunto in cielo, e subito dopo la sua ascesa si presentarono alla folla radunata due uomini in vesti bianche che rivolsero loro queste parole: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo” (Atti 1:11).
Quaranta giorni dopo scese sui discepoli lo Spirito Santo promesso da Gesù, e al popolo radunato l’apostolo Pietro rivolse queste parole:

«Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perché per voi è la promessa, per i vostri figli, e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà» (Atti 1:38-39).

Tremila persone scesero nelle acque del battesimo in quell’occasione e altre se ne aggiunsero in seguito fino ad arrivare a cinquemila. Nacque a questo punto il primo nucleo di ciò che poi si chiamerà “chiesa”, ma che allora poteva considerarsi soltanto come un movimento interno al popolo ebraico che annunciava di credere in Gesù come il Messia promesso a Israele. Chiameremo “gruppo messianico” questa particolare sottosocietà della nazione israelitica di quel tempo.
Le autorità ebraiche si opposero a questo movimento, e dopo aver respinto Gesù come Messia respinsero anche, con fatale coerenza, i discepoli che proclamavano la risurrezione del Messia Gesù.
Dopo qualche tempo, con sorpresa, i messianici s’accorsero che lo Spirito Santo promesso da Gesù cadeva anche all’esterno di Israele, perché molti gentili manifestarono di credere in Gesù come loro Signore e Salvatore e vollero essere battezzati. Il gruppo messianico dunque si allargò ai gentili, ma non per questo intendeva uscire dall’ambito del popolo ebraico. La conversione dei gentili non era intesa come un movimento di Israele verso l’esterno, ma, al contrario, come un’attrazione che l’esterno gentile provava verso Israele. I gentili che arrivavano a credere in Gesù manifestavano, con il loro stesso atto di fede, la volontà di porsi in relazione con Israele; ed era una relazione che in un primo tempo non poteva che essere di subordine, perché i credenti nel Messia d’Israele che provenivano dal paganesimo avevano bisogno di essere istruiti su tutto ciò che riguardava le Scritture e le tradizioni ebraiche. E gli istruttori non potevano che essere i messianici ebrei. Dunque “prima il giudeo e poi il greco”, come dirà in seguito l’apostolo Paolo (Romani 1:17).

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