Il corrispondente di Israel Heute Itamar Eichner analizza la rottura tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu: aspettative deluse, falliti negoziati per il rilascio degli ostaggi e crescente influenza delle forze isolazioniste a Washington.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME – All’inizio tutto andava per il meglio. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno entusiasmato la destra israeliana. Ha promesso di aprire le “porte dell’inferno” su Hamas, ha annunciato di voler combattere l’antisemitismo nelle università e ha dichiarato che l’unica soluzione per Gaza era quella di trasferire tutti i gazawi in un paese terzo e trasformare la zona in un paradiso immobiliare.
Ma lentamente le cose sono cambiate. La domanda sorge spontanea: perché?
La risposta è complessa. Innanzitutto va detto che Trump non ama i perdenti. In Benjamin Netanyahu ha visto proprio questo: un perdente. Preferiva invece il principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita. A Netanyahu preferiva anche l’emiro del Qatar che gli ha persino regalato un aereo per la sua Air Force One.
Trump ha una visione: estendere gli accordi di Abraham, raggiungere una normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, concludere un accordo nucleare con l’Iran, porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina e vincere il Premio Nobel per la Pace. Ma Putin e Zelenskyj lo hanno lasciato a bocca asciutta. E in Medio Oriente è stato Netanyahu a deluderlo, con la sua ostinazione a continuare la guerra a Gaza e a non parlare del “giorno dopo”. Questo ha allontanato i sauditi da una normalizzazione. Non possono tendere la mano a Israele finché la guerra continua, e certamente non finché Netanyahu non accetta una formula per un futuro Stato palestinese.
Trump ha capito che se avesse aspettato Netanyahu, tutti i suoi piani sarebbero rimasti nel cassetto. Questo non gli va bene. Così ha deciso di lasciare Netanyahu alle spalle. Nel suo entourage si dice che Israele reagisce troppo lentamente e dice no a tutto. La metafora è chiara: un treno sta lasciando la stazione. Se Israele vuole salire, può farlo più tardi. Ma non si aspetterà.
Dietro le quinte, nel campo di Trump infuria una lotta di potere per chi ha maggiore influenza sulla politica mediorientale. Da una parte ci sono i classici repubblicani filoisraeliani: il consigliere per la sicurezza Robert O’Brien, il segretario di Stato Marco Rubio e l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, fervente sostenitore degli insediamenti. E poi ci sono gli isolazionisti: il vicepresidente JD Vance, che ha annullato la sua visita in Israele quando è diventato chiaro che Israele voleva estendere i combattimenti a Gaza e che lui avrebbe potuto essere strumentalizzato. E Steve Witkoff, l’inviato speciale personale di Trump, forse la persona più vicina al presidente.
Witkoff è un personaggio particolare. Chi ha parlato con lui riferisce che considera la sua missione di liberare gli ostaggi quasi un compito mistico. La morte di suo figlio lo ha legato profondamente alle famiglie degli ostaggi. Ha promesso loro di fare tutto il possibile per riportare a casa i loro figli. E in effetti, con l’aiuto di un uomo d’affari americano di origini arabe come mediatore, è riuscito a ottenere il rilascio del soldato americano-israeliano Edan Alexander dalla prigionia di Hamas. Continua a leggere su NsI