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Il processo di distruzione

Il processo di distruzione



C'era una volta il processo di pace. Scalino dopo scalino si cercava
faticosamente di salire verso la meta agognata: due stati che vivono
l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza. Adesso la scala non c'è
più. O meglio, non c'è mai stata, ma se ne parlava. Forse adesso non se
ne parlerà più, perché è da folli continuare a discutere di ciò che non
esiste. Nell'operazione Piombo Fuso Hamas era ancora visto come il
fastidioso ostacolo che impedisce ad Abu Mazen di presentarsi al mondo
come il legittimo rappresentante di un popolo che aspira alla pace con
Israele. Autorità Palestinese ed Egitto presero allora le distanze da
Hamas e lasciarono che Israele facesse il suo lavoro.
Adesso le cose sono cambiate. Adesso è Hamas che tiene il pallino del
gioco, e Abu Mazen è costretto ad inseguirlo e deve dichiarargli la sua
solidarietà. Il "popolo palestinese" si avvia dunque ad una nuova unità
interna nel nome di Hamas. Ma Hamas ha sempre dichiarato e continua a
dichiarare che il suo obiettivo è la distruzione di Israele. Dunque, se
adesso le Nazioni Unite riconosceranno l'esistenza di uno stato
palestinese, vorrà dire che accettano l'esistenza di uno stato che si
propone la distruzione di un altro stato.
Questo però non avverrà subito: per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Ci
si dovrà arrivare per gradi. Al centro dell'interesse non c'è più
l'avanzamento del processo di pace, ma il rallentamento del processo di
distruzione. L'intervento delle nazioni buone, prima fra tutti quegli
Stati Uniti di cui oggi anche i più accaniti antiamericani di un tempo
lodano la saggezza, consisterà nel contrastare la fretta delle nazioni
cattive che vorrebbero tutto e subito, e nell'adoperarsi per un
assennato rallentamento del processo di distruzione. Che dovrà andare
avanti, ma con giudizio. I razzi arrivati a Gaza sono indubbiamente più
potenti di quelli di una volta, ma non bastano, come si è visto. Anche
l'Iran non può fare miracoli, bisogna capirlo.
Ci sarebbe stato un altro modo per impedire l'invasione di Gaza da parte
di Israele. Avrebbe potuto farlo l'Egitto, naturalmente con il sostegno
diretto ed indiretto degli Stati Uniti. Sarebbe stata certamente
un'invasione ben poco cruenta. L'ostacolo dell'illegittima dittatura di
Hamas che impedisce l'unità del popolo arabo-palestinese sarebbe stato
rimosso, e dopo la regolare elezione di un governo che avesse fin
dall'inizio dichiarato di accettare l'esistenza dello stato ebraico
sarebbe potuto nascere uno stato palestinese "che vive accanto allo
stato ebraico in pace e sicurezza". Ipotesi fantasiosa? Certo, ma non
più di quella rappresentata per anni dal processo di pace.
La nazione buona e la nazione cattiva si sono dunque accordate e hanno
trovato una soluzione che non solo salva Hamas, ma addirittura lo
legittima in modo irreversibile davanti al mondo. Perché? Perché la Gaza
di Hamas ha un carattere altamente rappresentativo che la Cisgiordania
di Abu Mazen non può avere. Gaza è un territorio "santo", perché è stato
totalmente purificato da ogni presenza di ebrei. "Judenrein", dicevano i
nazisti in tedesco, e qualcuno dovrebbe dirci qual è oggi la
corrispondente espressione in arabo.
Hamas dunque deve continuare a vivere a Gaza perché dichiara apertamente
ed esprime in modo plastico qual è l'obiettivo a cui tende il processo
di distruzione in atto. E perché rappresenta lo svago di coloro che
seguono compiaciuti lo svolgersi di questo processo e ne aspettano la
conclusione.

(Notizie su Israele, 23 novembre 2012)

Ultima modifica ilVenerdì, 23 Novembre 2012 22:43
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