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Attualità

Attualità (455)

News letter da Beit Imanuel - Ancora in guerra

Ancora in guerra!

Cari amici di Beit Immanuel,

grazie infinite per i messaggi, le telefonate e le preghiere di sostegno alle nostre famiglie e alla nostra gente durante questo tempo difficile in Israele. Sappiate che stiamo tutti bene ed i vostro preoccuparvi per noi ci è di grande incoraggiamento. Tutti i membri della nosta congregazione sono estremamente toccati dal vostro sostegno e ci hanno chiesto di portare i più cari saluti di ringraziamento ed affetto ad ognuno di voi.

Figli e figlie in guerra

La Guerra spaventa specialmente I bambini. La paura è un riflesso non facile da ignorare e i bimbi non nascondono i loro sentimenti facilmente come facciamo noi. Piangono quando sentono le sirene con i loro terribile stridulo di avvertimento. Tremano quando i missili esplodono, mentre cerchiamo di confortarli in questi giorni di guerra a volte mi chiedo perché Dio li ha fatti così vulnerabili. Perché le cose che amiamo di più sono le più delicate e si fanno così facilmente male?

I coraggio e la cura durante la guerra

La vulnerabilità umana, è un fatto della vita non facile da vivere, ed è un tema importante nella Bibbia. Le Bibbia racconta di come gli egiziani hanno cercato di uccidere il bambino Mosè e è stato salvato in un cesto dalla moglie del Faraone o come il re Erode voleva uccidere il bambino Yeshua e come sua madre e suo padre lo portano in salvo verso il basso Egitto. Infatti, tutti i grandi eroi affrontane dei periodi di pericolo, minacce e vulnerabilità.

Perché Dio permette al suo popolo di essere così sensibili alla distruzione? Perché Egli rende così distruggere le sue opere?

Non è questo il modo di tutta la creazione?

Non abbiamo un leone e un agnello?

Dio non è l'autore del potere, della forza e del vagito di un neonato?

Mentre Lui è conosciuto come il Signore degli eserciti, E è anche il Dio della misericordia di una madre con il suo bambino, delle lacrime e delle risate.

Alcuni di noi vengono lasciati a casa per prendersi cura delle nostre famiglie, mentre i nostri figli e le nostre figlie sono sul campo di battaglia per proteggere noi. Noi che siamo rimasti a casa abbiamo la responsabilità di curare i nostri giovani. Dobbiamo avere il coraggio di avere coraggio. La famiglia di Dio non avrà paura di esprimere l'amore e la gentilezza, la dolcezza e la cura, anche in tempi di guerra.

Nel tumulto delle sirene di guerra, nei missili e bombe volanti che ci esplodono intorno, dobbiamo tenere aperto il cuore al grido di un bambino. Qualsiasi bambino. Dobbiamo stringere le mani dei nostri figli con la speranza che tutto vada bene. Non possiamo permettere che la guerra ci uccida dentro.

I soldati messianici

Naturalmente la nostra maggiore preoccupazione sono I nostri figli, molti dei quali sono nell’esercito. Durante il nostro culto del Sabato questa settimana ci siamo soffermati sulle famiglie della nostra congregazione che hanno figli in servizio attivo, alcuni dei nostri membri sono stati chiamati al Miluim (servizio di riserva) e dobbiamo sostenerli. Vi prego di leggere il breve rapporto mandatoci da uno dei nostri figli che servono nell’unità anti-missile “Cupola d’acciaio”.

 

Con Elisha abbiamo fatto visita ad un soldato Ebreo Messianico che serve nel gruppo anti-missile”Cupola d’acciaio” a 15 km da Gaza. Ecco il nostro rapporto.

Questo ultimo Shabbat, BeerSheva era come una città fantasma, le strade erano vuote eccetto per i pochi cani e gatti in cerca di scarti. Nel guidare verso la periferia sud della città,girammo a destra prendendo un strada sterrata e salimmo la collina deserta che sovrasta la città dove la squadra Iron Dome aspetta il prossimo attacco missilistico di Gaza. Malgrado la popolazione di oltre 200.000 annidata sotto la cima della collina che dipende dalla loro difesa la squadra sembra sorprendentemente rilassata, alcuni addirittura nelle loro magliette del sabato e le scarpe da ginnastica, masticando panini del mezzodì e guardando il cielo aspettando il prossimo attacco. “Non era così quando cominciarono ad arrivare i primi missili” diceva Elisha. “Quando suonava l’allarme ed arrivarono i primi missili avevamo molta paura, ammette, 15 razzi ci piovvero addosso tutti insieme sembrava che ci avrebbero colpito". Le colline in cui questi coraggiosi uomini e donne prestano servizio sono nella linea di fuoco di Gaza.

All’inizio non eravamo sicuri se Iron Dome(Cupola d'acciaio) avrebbe funzionato, dice Elisha, ci mettevamo il casco, tenevamo giù la testa e pregavamo, quello era il momento della verità, se il nostro duro addestramento funzionava. E funziona, 85% dei missili contro il centro di Gerusalemme sono stati atterrati da noi, quando abbiamo visto quei missili fatti esplodere dalla nostra unità abbiamo cominciato a ridere e a saltare su e giù, non ci potevamo credere!

Mentre stiamo parlando le sirene risuonano sulla città ed in pochi secondi 2 razzi sono partiti dalla batteria dell’Iron Dome ad intercettare i missili. Guarda questo, sorride Elisha. Non possiamo vedere il missile in arrivo ma solo la coda bianca di fumo del nostro razzo che si fa strada nel cielo azzurro alla ricerca del missile letale. Poi vediamo un fumo grigio a circa un km sopra le nostre teste e a pochi secondi arriva il rimbombante boom dell’esplosione a mezz’aria.

Dopo una settimana di combattimento i soldati hanno più fiducia nelle capacità del sistema . Anche i civili si sentono più sicuri per questo. "La gente viene quassù dalla città per portarci pacchi di cose per ringraziarci che gli salviamo la vita" dice. Anche se questo è proibito, alcuni li facciamo passare, è bello essere uniti in questi tempi difficili, spiega Elisha, è come essere una grande famiglia, tutti vogliono aiutare.

Come la maggior parte dei Messianici d’Israele Elisha è orgoglioso di servire il suo paese, ce ne sono centinaia nell’esercito israeliano.

Molti di loro sono nelle truppe d'élite da terra che si muovono dentro Gaza.

La maggior parte sono soldati esemplari che vogliono dimostrare che la fede in Yeshua non vuol dire tradire l’eredità Ebraica, infatti la fede in Gesù da loro maggior desiderio di servire la loro nazione. “Mi sento come se stessi facendo una cosa molto importante, dice Elisha, è per la mia gente, sono felice di essere qui in un tempo come questo”. Mentre stavamo per lasciarlo ci ha chiesto di pregare per lui e gli altri soldati e lo abbiamo assicurato che lo avremmo fatto e che molti altri nel mondo stanno pregando per loro.

Speriamo che anche voi vi unirete con noi per pregare per questi giovani che adesso servono in Israele. E che Dio benedica Israele.

 

Per i nostri giovani adulti

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con i nostri giovani adulti ed è così incoraggiante vedere molti di loro crescere in maturità e prendere decisioni personali sul seguire il Messia. Non è una cosa facile da fare in questo in questa età. Si prega di continuare a sostenere e pregare Dima e Sarah così come tutti gli insegnanti dei nostri figli e il nostro staff

 

Vostri

David e Michaella Lazarus

 

(Trad. Barbara di Egidio)

 

 

 

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Il processo di distruzione



C'era una volta il processo di pace. Scalino dopo scalino si cercava
faticosamente di salire verso la meta agognata: due stati che vivono
l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza. Adesso la scala non c'è
più. O meglio, non c'è mai stata, ma se ne parlava. Forse adesso non se
ne parlerà più, perché è da folli continuare a discutere di ciò che non
esiste. Nell'operazione Piombo Fuso Hamas era ancora visto come il
fastidioso ostacolo che impedisce ad Abu Mazen di presentarsi al mondo
come il legittimo rappresentante di un popolo che aspira alla pace con
Israele. Autorità Palestinese ed Egitto presero allora le distanze da
Hamas e lasciarono che Israele facesse il suo lavoro.
Adesso le cose sono cambiate. Adesso è Hamas che tiene il pallino del
gioco, e Abu Mazen è costretto ad inseguirlo e deve dichiarargli la sua
solidarietà. Il "popolo palestinese" si avvia dunque ad una nuova unità
interna nel nome di Hamas. Ma Hamas ha sempre dichiarato e continua a
dichiarare che il suo obiettivo è la distruzione di Israele. Dunque, se
adesso le Nazioni Unite riconosceranno l'esistenza di uno stato
palestinese, vorrà dire che accettano l'esistenza di uno stato che si
propone la distruzione di un altro stato.
Questo però non avverrà subito: per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Ci
si dovrà arrivare per gradi. Al centro dell'interesse non c'è più
l'avanzamento del processo di pace, ma il rallentamento del processo di
distruzione. L'intervento delle nazioni buone, prima fra tutti quegli
Stati Uniti di cui oggi anche i più accaniti antiamericani di un tempo
lodano la saggezza, consisterà nel contrastare la fretta delle nazioni
cattive che vorrebbero tutto e subito, e nell'adoperarsi per un
assennato rallentamento del processo di distruzione. Che dovrà andare
avanti, ma con giudizio. I razzi arrivati a Gaza sono indubbiamente più
potenti di quelli di una volta, ma non bastano, come si è visto. Anche
l'Iran non può fare miracoli, bisogna capirlo.
Ci sarebbe stato un altro modo per impedire l'invasione di Gaza da parte
di Israele. Avrebbe potuto farlo l'Egitto, naturalmente con il sostegno
diretto ed indiretto degli Stati Uniti. Sarebbe stata certamente
un'invasione ben poco cruenta. L'ostacolo dell'illegittima dittatura di
Hamas che impedisce l'unità del popolo arabo-palestinese sarebbe stato
rimosso, e dopo la regolare elezione di un governo che avesse fin
dall'inizio dichiarato di accettare l'esistenza dello stato ebraico
sarebbe potuto nascere uno stato palestinese "che vive accanto allo
stato ebraico in pace e sicurezza". Ipotesi fantasiosa? Certo, ma non
più di quella rappresentata per anni dal processo di pace.
La nazione buona e la nazione cattiva si sono dunque accordate e hanno
trovato una soluzione che non solo salva Hamas, ma addirittura lo
legittima in modo irreversibile davanti al mondo. Perché? Perché la Gaza
di Hamas ha un carattere altamente rappresentativo che la Cisgiordania
di Abu Mazen non può avere. Gaza è un territorio "santo", perché è stato
totalmente purificato da ogni presenza di ebrei. "Judenrein", dicevano i
nazisti in tedesco, e qualcuno dovrebbe dirci qual è oggi la
corrispondente espressione in arabo.
Hamas dunque deve continuare a vivere a Gaza perché dichiara apertamente
ed esprime in modo plastico qual è l'obiettivo a cui tende il processo
di distruzione in atto. E perché rappresenta lo svago di coloro che
seguono compiaciuti lo svolgersi di questo processo e ne aspettano la
conclusione.

(Notizie su Israele, 23 novembre 2012)

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Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d'Europa di Bernard-Henri Lévy

Rimettiamo le cose in ordine. L'esercito israeliano Tsahal ha evacuato Gaza, unilateralmente, senza condizioni, nel 2005, su iniziativa di Ariel Sharon. Da allora, non c'è più presenza militare israeliana in questo territorio che, per la prima volta, è sotto controllo palestinese. Le persone che lo amministrano — e che, tra parentesi, non sono arrivate al potere attraverso le urne ma con la violenza e al termine (giugno 2007) di uno scontro sanguinoso con altri palestinesi durato parecchi mesi — non hanno ormai, con l'ex occupante, nemmeno l'ombra di un contenzioso territoriale, come quello per esempio che aveva l'Olp di Yasser Arafat. 
Si poteva ritenere che le rivendicazioni di Arafat, e quelle di Mahmud Abbas oggi, fossero eccessive, o formulate male o in parte inaccettabili: almeno esistevano e lasciavano la possibilità di un accordo politico, di un compromesso. Mentre ora, con Hamas, prevale un odio nudo, senza parole né sfide negoziabili: solo una pioggia di razzi e missili sparati secondo una strategia che, avendo come unico fine la distruzione della «entità sionista», bisogna pur chiamare guerra totale.

Quando Israele si accorge infine di questo, quando i suoi dirigenti decidono di rompere il riserbo che per mesi li aveva portati ad accettare quello che nessun altro dirigente al mondo ha mai dovuto accettare; quando constatano, oltretutto nel terrore, che il ritmo dei bombardamenti è passato da una media di 700 lanci all'anno a quasi 200 in qualche giorno, e che l'Iran ha cominciato a consegnare ai suoi protetti i razzi Fajr-5 che possono colpire non più soltanto il Sud, ma il cuore stesso del Paese, fino ai sobborghi di Tel Aviv e Gerusalemme, e si decidono a reagire e a farlo con vigore, cosa crediamo che succeda? 
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, che raramente abbiamo visto negli ultimi mesi così pronto a scattare, si riunisce con urgenza: non tuttavia per dibattere dell'eventuale sproporzione della legittima difesa israeliana, ma del suo principio stesso. 
Il ministro degli Esteri britannico — al quale non auguriamo di vedere il Sud del suo Paese sotto il fuoco di una organizzazione che riprendesse il sentiero della guerra terroristica — avverte minaccioso lo Stato ebraico che, facendo il suo lavoro di proteggere i propri cittadini, perderà gli ultimi magri sostegni che egli ha la bontà di riconoscergli sulla scena internazionale. La responsabile della diplomazia europea, Catherine Ashton, comincia con lo sdoganare Hamas da attacchi che, secondo lei, sarebbero in parte fomentati da «altri gruppi armati» e — stimando nel più puro stile tartufesco che i torti siano da condividere fra gli estremisti dei due campi — si limita a deplorare una «escalation della violenza» in cui, come nella notte hegeliana, tutte le vacche diventano nere. 
Il Partito comunista, in Francia, esige «sanzioni». I Verdi, che non si son quasi sentiti né sulla Siria né sulla Libia, né sulle centinaia di migliaia di morti delle guerre dimenticate in Africa o nel Caucaso, proclamano che «l'impunità di Israele deve finire». I manifestanti «pacifisti», che non si degnano di uscir di casa quando sono Gheddafi o Assad a uccidere, scendono in piazza: ma è per dire la loro solidarietà con l'unico partito che, in Palestina, rifiuta la soluzione dei due Stati, dunque la pace. E non parliamo degli esperti in complotti che in questa storia vogliono vedere solo la mano demoniaca di un Netanyahu felice di una nuova guerra che faciliterà la sua rielezione. 
Non mi addentrerò in conteggi che dimostrerebbero a questa gente ignorante come tutti i sondaggi, prima della crisi, davano Netanyahu già vincitore. Non mi abbasserò a confidare a coloro che comunque ritengono Israele, qualsiasi cosa faccia, come l'eterno colpevole, i motivi che, se fossi israeliano, mi dissuaderebbero dal votare per la coalizione uscente. Cosa serve ricordare a tali piccoli furbi che, se c'è una manovra, una sola, all'origine dell'attuale tragedia, è quella di un establishment Hamas pronto a tutti gli eccessi e a tutte le fughe in avanti, e deciso, in realtà, a lottare fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese pur di non dover restituire il potere, e i relativi vantaggi, ai nemici giurati del Fatah? 
Di fronte a questo concerto di cinismo e di malafede, di fronte al due pesi e due misure, secondo cui un morto arabo è degno di interesse solo se si può incriminare Israele; di fronte all'inversione dei valori che trasforma l'aggressore in aggredito e il terrorista in resistente; di fronte all'abile gioco di prestidigitazione che vede gli Indignati di ogni Paese «eroicizzare» una Nomenklatura brutale e corrotta, spietata con i deboli, le donne, le minoranze, e che arruola i propri bambini in battaglioni di piccoli schiavi inviati a scavare i tunnel attraverso cui transiteranno i traffici fruttuosi che la arricchiranno ancora di più; di fronte all'ignoranza crassa della natura reale di un movimento di cui i Protocolli dei saggi di Sion sono uno dei testi costitutivi, e di cui è capo Khaled Meshaal, che fino a poco tempo fa lo dirigeva da una confortevole villa di Damasco, c'è una sola parola: oscenità. 

(Art. tratto dal Corriere della Sera, 22 novembre 2012)

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L'attualità di un Profeta: David Ben Gurion di Daniel Gal

Daniel Gal è stato l'ultimo titolare del Consolato di Israele in Italia con sede a Milano, ed è stato ospite di EDIPI nei nostri primi due Raduni Nazionali circa 10 anni fa.
Con lui Edipi ha mantenuto ottimi contatti, è stato invitato in molte chiese evangeliche italiane e spesso ha ricevuto gruppi di visitatori e turisti quando passavano per Gerusalemme.

 

Oggi si compie una settimana da quando Israele ha lanciato l’operazione ‘pilastro di difesa’, in seguito ai continui attacchi lanciati da Gaza dall’organizzazione terroristica Hamas contro la pacifica popolazione del sud d’Israele. 
A pochi giorni dalla energica reazione di Israele per metter fine a questo continuo rovescio di missili sul sud del paese, si è scatenata una pesante attività da parte dell’ONU e di molti stati per porre fine alla decisione di Israele di difendersi.

A questo proposito vi voglio raccontare un episodio della guerra d’indipendenza del 1948, che può proiettare una luce particolare sulla sull’attività diplomatica intensa di cui siamo testimoni oggi. L’episodio, avvenuto pochi giorni prima della dichiarazione di indipendenza dello stato d’Israele a maggio 48, mi è stato narrato alla fine degli anni 70.
David Ben Gurion e i capi della Haganà erano convinti che subito dopo la dichiarazione d’indipendenza d’Israele gli eserciti dei paesi confinanti, insieme a vari gruppi armati, avrebbero attaccato il paese per distruggerlo.
Perciò l’Haganà mandò emissari in giro per il mondo per cercar di acquistare armi e per mobilitare i volontari disposti ad arruolarsi e combattere in difesa del paese. 
L’eroe della storia, un ebreo inglese, già ufficiale di alto rango durante la seconda guerra mondiale nelle forze britanniche, fu invitato a raggiungere clandestinamente Israele per consigliare l’Haganà, vista la sua esperienza e la sua conoscenza in campo militare. 
Il capo dell’Haganà gli chiese di redigere in tempi brevissimi un rapporto sulla situazione per Ben Gurion. Accompagnato dai massimi ufficiali dell’Haganà, fece l’inventario delle magre risorse e delle armi a disposizione.
Concluse dicendo che, viste le intenzioni ostili dei paesi arabi confinanti con Israele, l’unica soluzione possibile era resistere una settimana, poi L’ONU e le grandi potenze, allarmate dal ‘disastro militare’ in Israele, sarebbero subito intervenute per porre fine alla tragedia.

Ben Gurion lo ricevette personalmente e lo ringraziò calorosamente, ma aggiunse che non era affatto d’accordo sulla conclusione. 
Secondo lui l’ONU e le grandi potenze sarebbero intervenute entro una settimana soltanto a una condizione: che Israele stesse già prendendo il sopravvento. 
Tutto il resto è storia. 
64 anni dopo, David Ben Gurion è ancora profeta in patria.

(Art. tratto da informazionecorretta.com

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Gli israeliani costretti ad una guerra di sopravvivenza - di Fiamma Nirenstein


Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein, Vice Presidente della
Commissione Esteri:

“Due giorni fa ero in Israele con una delegazione dell'Associazione
Parlamentare di Amicizia Italia - Israele da poco rientrata, dunque, mi
raggiunge la notizia dell'uccisione volontaria di tre civili innocenti
nella loro casa di Kiryat Malachi, causata dal lancio di 450 missili in
48 ore indiscriminatamente su una popolazione di un milione e mezzo di
civili del Sud. Dico "volontaria" perché è evidente che il bombardamento
è indirizzato alla popolazione civile, come sempre peraltro da quando
nell’agosto 2005 Israele ha sgomberato Gaza, oggi interamente nelle mani
dei palestinesi di Hamas. Da allora dalla Striscia, con qualche
intervallo, piove su Israele un insopportabile quantità di missili in
parte di lunga gittata (Fajr) di probabile fabbricazione iraniana, in
parte Grad, Katyusha e razzi vari”.

Continua Nirenstein: “L'Associazione ha visitato la popolazione e
portato la sua solidarietà in un kibbutz, Kfar Asa, duramente colpito
nei giorni scorsi. Abbiamo visto i bambini rinchiusi da giorni nelle
stanze blindate, le case bombardate, i negozi chiusi, la gente pronta a
raggiungere in quindici secondi i rifugi costruiti in ogni casa. Abbiamo
ascoltato episodi di morti e di feriti. La mia impressione è che gli
israeliani abbiano vissuto e vivano nelle ultime settimane una
condizione inaccettabile per qualunque Paese, incluso il nostro, in cui
si colpisce gratuitamente e con studiata crudeltà la popolazione civile.
Penso anche che l'esercito israeliano abbia cercato di contenere al
massimo il numero dei palestinesi uccisi nell'ambito dell'operazione in
corso, Israele non ha mai cercato altro che di fermare il lancio di
missili colpendo i responsabili e i nidi di armi, e che l'esposizione
volontaria che Hamas fa dei propri civili rende molto difficile
un'operazione mirata con perfezione, della qual cosa certamente ci
dobbiamo dispiacere sperando che anche Gaza un giorno pensi al proprio
sviluppo e alla propria gente piuttosto che alla distruzione di Israele.
Dall'altra parte, è chiaro che l'enorme investimento israeliano nella
vita degli abitanti con un sistema di protezione capillare, un rifugio
per ogni casa e il continuo investimento per proteggere le scuole e i
luoghi di lavoro, rendono più difficile colpire i civili. Per questo il
numero di morti è contenuto nonostante i lanci ormai continui e senza
tregua. Speriamo che quanto prima il fuoco di guerra si spenga, ma è
evidente che al di là della logica pena umana per ogni morto e ferito,
occorre che l'organizzazione terrorista Hamas cessi dalla sua insistita
determinazione a distruggere lo Stato d'Israele. Molte famiglie simili
alle nostre stanotte stanno di nuovo per affrontare una notte di incubo
nei rifugi sotto un attacco che cerca i civili per ucciderli, e a loro
va la nostra solidarietà mentre speriamo nella pace”.

 

 

(Notizia tratta da fiammanirenstein.com)

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Israele attacca Gaza, minacce di guerra di Fiamma Nirenstein

Ucciso Jabari, leader militare di Hamas. La replica del gruppo
terrorista: "Si aprono le porte dell'inferno"

Ci ha pensato a lungo il governo israeliano prima di sferrare
l’operazione “Amud Ashan”, colonna di fumo, con l’uccisione mirata del
capo del braccio armato di Hamas, Ahmad Jabari, responsabile di un
numero di assassinati israeliani che si conta a centinaia. Le
conseguenze saranno dure: già piovono molti missili Grad sulla città di
Beersheba, il cielo sul deserto del Negev è percorso da strisce di
livida luce, la gente è nei rifugi anche nel resto del sud d’Israele;
Gaza vive a sua volta una notte di incubo, l’aviazione colpisce i
depositi dei missili Fajr 5 e forse altri due capi di Hamas sono statoi
uccisi. Hamas ha dichiarato che per gli ebrei “si aprono le porte
dell’inferno”; il Sinai è tutto percorso dal terrore antisraeliano, ora
a caccia; l’Iran potrebbe ordinare agli Hezbollah, al nord, di aprire il
fuoco; e l’Egitto del presidente Morsi, che minaccia di ritirare
l’ambasciatore se Israele non cessa dagli attacchi, può reagire in
maniera furiosa in difesa di Hamas, anch’esso parte dei Fratelli Musulmani.

Jabari se ne andava in giro in macchina in pieno giorno, evidentemente
sicuro che Netanyahu non avrebbe osato o non avesse le informazioni
giuste, oppure che il suo viaggio al Nord insieme a Ehud Barak
testimoniasse un disinteresse per Gaza. Eppure l’avviso era venuto
diretto e e preciso sia dal Premier che da Barak: “Agiremo quando meno
se l’aspettano, come vorremo, quando vorremo” E ancora, rivolto agli
ambasciatori convocati a Ashkelon: “Nessun Paese al mondo potrebbe
accettare che la sua popolazione sia bombardata ogni giorno, Hamas deve
smettere pena la fine”. L’alternativa era fra un’invasione da terra come
nel 2008-9 o un urlo deciso fino nell’orecchio di Ismail Hanje, il primo
ministro, e gli altri capi di Hamas: è proibito sparare missili su un
milione e mezzo di cittadini innocenti del sud d’Israele. L’aviazione
israliana ha seguitato per qualche ora a tempestare i depositi di armi e
razzi, specialmente di missili Fajr 5 di lunga gittata, e le
istallazioni militari; il numero di morti, pari per ora a dieci, sembra
indicare che il governo rispetto a un’operazione di terra con molte
vittime e reazioni internazionali imprevedibili, preferisca intervenire
dall’aria. In questi giornoi, il sud di Israele aveva subito una pioggia
di 190 missili. “Missili di tipo nuovo” ci spiegava qualche ora fa nel
suo kibbutz attaccato a Gaza, Kfar Asa, il parlamentare di Kadima Shai
Hermesh mostrando a un gruppo di parlamentari italiani in visita mura
ferite, alberi spezzati, grandi buchi rotondi nel soffitto delle case da
cui la gente è fuggita mentre la sirena urlava “colore rosso”, tzeva
adom, con i bambini in braccio “missili più grossi che presto
arriveranno a Tel Aviv. L’Iran li ha riforniti, le mura spesse venti
centimetri non bastano. Abbiamo fornito a ogni casa un rifugio con
quaranta centimetri di muro e finestre blindate. Abbiamo solo quindici
secondi per raggiungerlo, ma il governo ha speso 250 milioni in due anni
per proteggere tutto”.

Questa è la ragione per cui i morti non sono tanti, spiega bene Hermesh,
e certo non la solita proposizione propagandistica per cui quei missili
non fanno tanto male. A Gaza, mettono i loro bambini davanti ai
combattenti, noi abbiamo rifugi per tutti, uno per uno, insiste. Hermesh
ci mostra un asilo nido chiuso e blindato dove decine di bambini di tre,
quattro anni, passano tutto il tempo; non si va mai all’aria aperta. Per
gli adulti, il lavoro è in rovina, niente negozi aperti, niente
passeggiate, uffici chiusi, e tutto questo punteggiato da distruzioni e
danneggiamenti a scuole, case... anche la fermata dell’autobus è
blindata. Dice Adriana Katz, psichiatra di Sderot, città colpita: “Le
sindromi gravi che curiamo nei bambini e nella popolazione sono
sconosciute, perchè non si trarra di “post trauma” perchè appena stai un
pò meglio ti cade addosso un altro missile, e il trauma si rinnova.
Niente “post”. Ad ogni ora un nuovo personaggio del governo Egiziano
rinnova la minaccia di guerra, tutto il vicinato minaccia. La notte che
si avvicina, dice Hermesh, sarà molto dura, pioverà fuoco qui, ma la
gente è decisa a tornare a una vita di pace, vuole fermare i missili.
Difficile da capire per l’Europa? Difficilissimo!

 

(notizia tratta da Il Giornale, 15 novembre 2012)

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News Letter da Beit Emanuel - Quella preghiera cambiò la mia vita

Un soldato meraviglioso

Daniel ha servito per 17 anni come tecnico di elicottero per l’esercito Sovietico in Karzakhstan. La dura realtà della vita militare, un padre assente ed un matrimonio a pezzi lo lasciò senza speranza e solo. Si ritrovò nel deserto Siberiano che lui ricorda come un riflesso del “freddo, della solitudine ed il buio che sentiva dentro”. Nei 5 anni a venire Daniel lottò contro l’abbattimento, la depressione e le tenebre che portavano la sua anima sull’orlo della disperazione. “Riesco appena a ricordare ciò che successe in quegli anni” dice,”La mia vita era un pasticcio e volevo che finisse”, Ahuva, “l’amata”.

Non riusciva a parlare”dice Ahuva, una ragazza che lo incontrò “per caso”. Ahuva gli consigliò di cercare un aiuto professionale. In certi giorni era catatonico - ricorda lei, non riusciva a mangiare o dormire. Mi faceva piangere vederlo così, diceva lei. Daniel fu ammesso all’ospedale psichiatrico locale proprio sotto il Circolo Artico. Ahuva rimase con lui malgrado tutto ma niente sembrava essere di aiuto. Allora portò con se un amica che aveva partecipato ad un raduno di revival nell’Ucraina e l’amica pregò per Daniel. “All’inizio non so cosa stava succedendo”racconta Daniel. “La mia mente era così confusa che non capivo quello che diceva, ma mano a mano che la ragazza Ucraina continuava a pregare il comportamento di Daniel cominciò a cambiare. Si quietò. Un sorriso non visto da anni apparve lentamente sul suo volto. “Quella preghiera cambiò la mia vita” dice Daniel. “Non so spiegarlo, so solo che 15 anni dopo sono una persona diversa” dice. Due settimane dopo quella visita anche Ahuva diede la sua vita a Gesù, il Messia di Israele. Cominciarono a condividere il Vangelo di come il Messia può aiutare gli altri. La coppia si sposò e iniziò in siberia un gruppo per nuovi credenti. “ Mi sento come se Yeshua mi ha restituito la mia vita” dice Daniel” Dio mi ha ridato tutto ciò che avevo perduto e di più. E’ un miracolo”dice.

Se sei un Ebreo che cosa fai qui”. Daniel ha sentito la voce del Signore parlargli della sua eredità ebraica e nel 2001 la coppia insieme alla loro famiglia estesa hanno fatto l’Aliyah verso Israele. “Usavamo nascondere il fatto di essere Ebrei, dice Daniel, la mia famiglia ha cambiato nome per nascondersi. Amiamo vivere in Israele. Ci piace molto la Congregazione di Beit Immanuel dove stiamo imparando a crescere nella fede ed a restaurare la nostra ricca eredità Ebraica e Biblica. La coppia ha avuto un bimbo in Israele malgrado i dottori in siberia avessero detto che Ahuva non poteva averne. Le loro facce si illuminano quando raccontano di come il loro bimbo è la cosa più preziosa al mondo per loro. “Il dono d’amore di Dio per noi” esclamano insieme.

La coppia ora porta avanti un gruppo in casa ed Ahuva è nel gruppo dell’adorazione, Daniel è il nostro uomo per tutto ciò che riguarda la solidarietà: lavora come autista e nel tempo libero prende lezioni al College della Bibbia d'Israele. Sta' pregando per un altro lavoro. Siamo privilegiati di servire persone come Daniel e Ahuva. Siamo grati di come Dio opera nelle nostre vite in modo meraviglioso. Continuiamo a unirci in preghiera ed in fede così che molti altri sperimentino la strabiliante grazia dell'amore di Dio per la nostra gente. Abbiamo sempre piacere di avere vostre notizie, vi preghiamo di farci sapere come state e come possiamo pregare per voi,

David e Michaella.

(traduzione di Barbara Di Egidio)

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Teologia della Delegittimazione: quando Natale comincia prima siamo tutti più palestinesi

Un antico proverbio veneziano dice: "Se ti conti sempre na bala...
ti lassi ea gente in bala"

Ovvero : raccontando sempre menzogne rendi ubriaca la gente e cioè senza intendimento e ingannabile!
Eloquente introduzione all'articolo che segue.

 

Teologia della Delegittimazione: quando Natale comincia prima siamo tutti più palestinesi di Giovanni Quer

Il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad aveva dichiarato nel dicembre 2011 che "Gesù era palestinese" e che il Natale "è un'occasione per celebrare l'identità palestinese di Gesù Cristo".

Per una tradizione stabilita con Arafat, il presidente dell'ANP partecipa alla Messa di Natale, in segno di istituzionale rispetto e amicizia verso la comunità cristiana. Tuttavia, la realtà si mostra ben diversa dalle convenzioni diplomatiche, con una comunità cristiana agonizzante a causa dell'intolleranza della comunità islamica.

Grazie al silenzio sulla persecuzione della comunità cristiana in Palestina, si sta affermando una teologia della delegittimazione di Israele che, da un punto di vista ideologico, "ruba" Gesù al contesto ebraico per farne un martire palestinese, mentre da un punto di vista politico, sfrutta la religione cristiana, ed in particolare la festa del Natale, per demonizzare Israele.

Gesù palestinese
La moderna teologia della sostituzione, che sradicava Gesù dal contesto ebraico in cui è nato e vissuto per fare della comunità cristiana la nuova e vera Israele, passa per la delegittimazione e la demonizzazione di Israele.
L'operazione politico-teologica si basa su due argomentazioni: "Gesù era palestinese", de-ebraicizzando la sua figura, e "Gesù ha sofferto come soffrono il palestinesi". La de-ebraicizzazione della figura di Gesù è funzionale alla lotta politica di delegittimazione e demonizzazione di Israele poiché ripropone la retorica cristiana (antisemita) della sofferenza di Gesù per mano degli ebrei in chiave contemporanea attraverso un semplice sillogismo: Gesù era palestinese, gli ebrei hanno perseguitato Gesù, gli ebrei perseguitano i palestinesi.
Su questo punto esiste già una cospicua letteratura e una consolidata attività giornalistica. Si può citare, ad esempio, "Christianity and Its Connection to Islam" di Samih Ghanadreh, che durante un'intervista sulla TV dell'ANP aveva ripreso le parole di Arafat definendo Gesù un martire - shahid

In italiano si può citare "Un palestinese porta la croce" di Geres Sa'ed Khoury, che propone una teologia palestinese incentrata sulla sofferenza del suo popolo sotto l'occupazione israeliana.

Infine, a livello giornalistico l'agenzia di notizie sulla Palestina "Maan" si distingue per la pubblicazione di articoli che tentano di spiegare l'identità palestinese di Gesù.

La mistificazione della figura storica di Gesù si concretizza in precise azioni di delegittimazione che colgono la retorica cristiana in chiave demonizzatrice.

L'occupazione nella retorica natalizia
Le organizzazioni attive nel movimento BDS (Boicottaggio, Delegittimazione e Sanzioni) usano sempre più le festività cristiane per costruire campagne di demonizzazione contro Israele. In particolare, le campagne di demonizzazione anti-israeliana usano il Natale per assicurarsi ampia propagazione mediatica, sfruttando una diffusa retorica della bontà.
Il movimento di solidarietà Palestina-Irlanda (Irland-Palestine Solidarity Campaign) vende delle cartoline natalizie in cui il velo di Maria nell'immagine della Madonna col Bambino diviene una bandiera palestinese. Così altre raffigurazioni demonizzanti compongono gli "auguri natalizi", come i Re Magi fermi bloccati dal muro di separazione, i soldati israeliani che perquisiscono Giuseppe mentre Maria sull'asino si mostra sofferente col pancione.
Nei blog della delegittimazione si leggono titoli e frasi dal profondo valore demonizzante. Tra queste: "Cristo sotto occupazione" - "Christ Under Occupation", dal blog uprootedpalestinians ; "la comunità cristiana in estinzione nella Terra Santa occupata", dal sito "gulfnews"; nel sito "mondoweiss", che si propone di esporre la prospettiva ebraica liberal sul Israele, si può vedere un video con un albero di Natale che viene tagliato da una motosega per ogni occasione in cui Israele avrebbe inflitto sofferenza nei palestinesi.

In inglese questa operazione teologico-politica è definita "stealing Christmas". In Italia si organizzano vari eventi di "solidarietà" in occasione del Natale, che spesso coinvolgono la Palestina come esempio di luogo di sofferenza verso cui dimostrarsi solidali nella festività in cui la retorica della "bontà e della speranza" è facilmente riciclabile dalla propaganda emotiva.

La teologia della delegittimazione affonda le proprie radici nella teologia della sostituzione, superata da Giovanni XXIII e da Giovanni Paolo II che hanno fatto del dialogo ebraico-cristiano il forum di conciliazione dopo secoli di persecuzioni antiebraiche e odio antisemita. La riformulazione dei principi base di questa teologia in chiave politica da parte del movimento BDS è l'ennesima manifestazione dell'antisemitismo travestito da antisionismo, che sfrutta la propaganda emotiva usando linguaggio e simboli delle festività cristiane per demonizzare Israele. L'impegno nel mistificare la storia è cieco di fronte alla sofferenza delle comunità cristiane perseguitate dal montante islamismo.

 

(notizia tratta da Informazione Corretta del 25/10/2012)

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Per riderci su.....

Cosa succede quando una mosca cade in una tazzina di caffè: l'italiano getta la tazzina di caffè e si allontana arrabbiato, il francese
getta via la mosca e beve il caffè, il russo beve il caffè con la mosca che è un extra gratis, il cinese mangia la mosca e getta via il caffè,
l'israeliano toglie la mosca dal caffè, vende il caffè al francese, lamosca al cinese, ordina un altro caffè e investe i soldi rimasti nella ricerca di un metodo per prevenire la caduta di mosche nel caffè. Il palestinese accusa l'israeliano per la caduta della mosca nel
suo caffè, protesta presso l'ONU per l'atto di aggressione, chiede un prestito all'Unione Europea per una nuova tazza di caffè, usa invece i soldi per l'acquisto di esplosivo per far saltare in aria il bar dove l'italiano, il francese, il cinese ed il russo cercano di spiegare
all'israeliano perché dovrebbe dare la sua tazza di caffè al palestinese.

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