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Redazione Edipi

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Giornata Europea della Cultura Ebraica a Padova

La Giornata della Cultura Ebraica a Padova avrà la chiusura domenicale con un significatico intervento del rabbino capo Adolfo Aronne Locci come voce solista nella rappresentazione musicale alla Sala dei Giganti.

In allegato il programma aggiornato della Giornata della Cultura che ricordiamo si terrà questa domenica 14 settembre.

Milano: incontro con il padre dell'Iron Dome

Per l'occasione il presidente EDIPI, Ivan Basana ha ufficializzato la donazione della nostra associazione per la costruzione di un rifugio mobile antimissile. Nella foto Dany Gold con Andie e Ivan Basana

Un lungo e fragoroso applauso è risuonato ieri nell’aula magna della scuola ebraica di Milano. Una calorosa accoglienza per chi, con la sua Cupola di ferro, ha salvato e protetto migliaia di civili israeliani dai missili di Hamas. Un tributo a Danny Gold, il padre di Kippat Barzel, sofisticato sistema antimissile cui sbalorditiva efficacia ha permesso di ridurre al minimo i danni dei razzi sparati da Gaza nel corso dell’ultimo conflitto. Centinaia di persone hanno affollato la sala per ascoltare l’ideatore della Cupola di Ferro, in un evento organizzato dal Keren Hayesod, ente impegnato a sostenere Israele e a rafforzare i suoi legami con gli ebrei della diaspora. Sul palco Gold ha presentato con orgoglio quello che “in molti avevano bollato come fantascienza” e lui, assieme a un team di oltre 300 persone, è riuscito a rendere possibile. A fare gli onori di casa, Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, a cui è seguito il saluto del presidente di Keren Hayesod Italia Samy Blanga. Nel corso della serata, a cui ha partecipato il vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach, è stato presentato da Andrea Jarach la raccolta fondi del Keren Hayesod Italia per finanziare la creazione di rifugi mobili antimissile per la popolazione israeliana. Una testimonianza del lavoro svolto sul fronte della sicurezza e della collaborazione tra comunità della diaspora e Israele è stata portata da Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma. “All’inizio ci sono stati molti ostacoli”, ammette Gold, raccontando il percorso con cui si è riusciti a creare un sistema che ha distrutto il 90% dei missili intercettati. “Fantascienza, dicevano. Tutte le menti ingegneristiche e scientifiche sostenevano che creare Iron Dome non era possibile. Troppo costoso, troppo lungo da realizzare”, lo scetticismo con cui venne accolta la proposta di Gold. A dargli fiducia, l’allora ministro della Difesa Amir Peretz, che lo mise a capo del dipartimento di Ricerca e Sviluppo del ministero della Difesa. “Cominciai a selezionare decine e decine di persone. Il team era costituito da oltre 300 persone. Capitava di veder discutere del progetto una ragazza di 25 anni con un uomo di 70 anni, tutti concentrati a lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo”. Mesi intensi di lavoro che hanno portato alla realizzazione della Cupola di Ferro: un arsenale mobile fatto di un radar e di tre rampe che possono lanciare intercettatori e missili. Impressionanti le immagine mostrate da Gold di alcune intercettazioni. “Il sistema calcola dove andrà a finire il razzo per cui se non è diretto verso una zona abitata, il meccanismo di difesa non si innesca”. Vedere per credere. In un video, concluso con ovazione dei presenti, si vedono tre missili sparati da Gaza dirigersi verso il territorio israeliano. Due intercettatori partono per fermarli e uno di questi evita letteralmente uno dei tre missili e fa esplodere quello successivo. Il razzo evitato cadrà infatti in mare. “Oltre 4500 missili sono stati sparati da Gaza – ricorda Gold – Iron Dome ha permesso di ridurre, con un costo basso da sostenere (tra i 50mila e 100mila dollari), i danni a persone, abitazioni e infrastrutture. Ha permesso che le persone vivessero più tranquille e garantito l’economia israeliana da un possibile crollo dovuto al conflitto”. Tanti i progetti messi in campo dalla difesa israeliana per continuare a proteggere i suoi civili. Oltre ad Iron Dome, spiega Gold, si stanno progettando dei sistemi di difesa che difendano l’intero territorio nazionale (Kippat Barzel funziona infatti in un’area circoscritta), e, vista la minaccia iraniana, che siano in grado di intercettare con largo anticipo un eventuale minaccia nucleare. Il presente e il futuro, in questo campo e non solo, è l’high tech. Telecamere serpente che strisciano e controllano dal basso il campo, macchine telecomandate che ispezionano edifici e tunnel, radar per visualizzare i cunicoli sotterranei. Nuovi strumenti per difendere Israele e la sua sicurezza, con la consapevolezza di dover tenere sempre alta la guardia, sottolinea Gold. “Anche loro (i terroristi) diventeranno più sofisticati, già adesso usano ogni stratagemma per nascondere da dove sparano i missili”. Un esempio, un razzo lanciato dal quarto piano di una casa, al primo famiglie di civile usate come scudo umano. E ancora lanciarazzi camuffati nei camion o nascosti sottoterra. “Il 72% dei missili sparati nell’ultimo conflitto da Gaza erano indirizzati fuori bersaglio”. Una fortuna ma da tenere in conto possibili migliorie anche sul fronte dei terroristi, che già hanno a disposizione missili di fabbricazione iraniana capaci di raggiungere Tel Aviv e il nord di Israele. Dopo la Cupola di Ferro, continua dunque l’impegno di Gold e dei ricercatori israeliani per sventare future minacce.

(art. tratto da moked.it)

Iron Dome: il miracolo tecnologico che ha segnato la guerra di Gaza

Analisi di Naor Gilon, ambasciatore di Israele in Italia

Nel corso dei 50 giorni di attacchi scatenati da Hamas sono stati lanciati da Gaza offre 4.500 razzi, il cui obiettivo era colpire e uccidere deliberatamente civili israeliani. Israele ha sviluppato un sistema d'intercettazione missilistica unico al mondo, chiamato Iron Dome (Cupola di Ferro), in grado di stimare se un missile cadrà in campo aperto o in zone abitate, e di conseguenza di provvedere a eliminarlo in volo. Iron Dome ha intercettato oltre 600 missili, con un impressionante tasso di successo pari al 90 per cento, e ha fatto sì che il numero di vittime civili israeliane fosse relativamente basso in proporzione alla pioggia di razzi caduti. Non v'è dubbio che questo sistema offra un vantaggio significativo alla capacità di resistenza del fronte interno israeliano, che Hamas ha trasformato in fronte principale del conflitto. Consente inoltre ai governanti di prendere decisioni con un livello di pressione molto minore da parte dei cittadini, e di ponderare bene prima di attivare la forza militare. Ma il successo di Iron Dome ha avuto un prezzo in termini di opinione pubblica mondiale. C'è chi ha iniziato a lamentare le sproporzioni nei numeri delle vittime, e Israele si è trovato costretto quasi a "giustificarsi" per essere riuscito a difendersi. Bisognerebbe invece domandarsi perché, mentre Israele sviluppava missili per difendere i suoi cittadini, Hamas utilizzava i suoi civili corne scudi umani per i suoi missili. Perché, mentre Israele costruiva rifugi, Hamas faceva uso del cemento e del ferro destinati a scuole e ambulatori per costruire bunker per i leader e gli armamenti, o gallerie sotterranee che penetrano in territorio israeliano? La risposta è nel fatto che Hamas, temendo le capacità militari israeliane, aveva un chiaro doppio interesse per un unico obiettivo: esercitare pressione internazionale su Israele, mirando non solo a uccidere il maggior numero possibile di civili israeliani innocenti, ma anche a causare un elevato numero di vittime civili fra i palestinesi a Gaza. Ma la reale difficoltà di Israele a far comprendere al mondo le proprie posizioni deriva dal fatto che molti vedono in Gaza un conflitto politico-territoriale. Non capiscono che Hamas è un'organizzazione terroristica, simile all'Is e Boko Haram, che ha preso il potere a Gaza con la forza nel 2007. Un'organizzazione sanguinaria che è sostenuta da Qatar e Iran e mette a morte la sua stessa gente con esecuzioni pubbliche nelle piazze, senza processo; che vessa le minoranze, compresa quella cristiana, il cui numero a Gaza è drasticamente diminuito. Nel suo statuto invoca la distruzione dello Stato d'Israele e l'uccisione degli ebrei ovunque si trovino. Non accetta l'esistenza dello Stato ebraico, quali che siano i suoi confini. E si rifiuta di riconoscere Israele e gli accordi esistenti fra quest'ultimo e l'Anp. Spero non occorra troppo tempo affinché l'Occidente si svegli e capisca che Israele è attaccato perché si trova in Medio Oriente e viene percepito dall' Islam estremista come un avamposto degli "infedeli occidentali", e che il vero obiettivo di queste organizzazioni è la creazione di un califfato islamico in tutto il Medio Oriente e in Europa. Per raggiungere l'obiettivo uccidono chiunque non sia esattamente come loro, persino se sono musulmani. Gli Stati pragmatici in Medio Oriente lo hanno già compreso, e si è reso evidente anche con il loro comportamento nel corso dell'operazione a Gaza. Non chiediamo che l'Occidente combatta per noi, ma ci aspettiamo il suo sostegno nella lotta a questa minaccia che riguarda noi tutti. Sono grato dunque agli sviluppatori di Iron Dome, che ha protetto la vita dei miei figli e della mia famiglia in Israele. Israele è l'unica democrazia liberale in Medio Oriente e l'unico Stato ebraico al mondo, e aspira alla pace sin dal giorno della fondazione, mostrando disponibilità a pagare anche prezzi pesanti per conseguire la tanto desiderata pace. Allo stesso tempo, abbiamo il dovere di difenderci dalle organizzazioni terroristiche, anche per i nostri fratelli ebrei nel mondo, che sentono il peso di un crescente antisemitismo. Se qualcuno dovesse ancora chiedermi della sproporzione nelle vittime a Gaza, gli domanderò quanti civili israeliani devono morire, secondo lui, perché la nostra guerra esistenziale sia considerata proporzionata.

(Art.tratto da informazionecorretta)

Mosè ci ha portato nell'unico posto senza petrolio!', diceva Golda Meir. Ma il gas naturale abbonda

Cronaca di Alberto Flores d'Arcais

Gerusalemme. Un accordo da 15 miliardi di dollari e della durata di 15 anni per la fornitura di gas (e con la mediazione degli Stati Uniti). Il memorandum d'intesa siglato ieri tra Israele e Giordania (entro l'anno saranno firmati i dettagli relativi a prezzo e autorizzazioni necessarie) rende lo Stato ebraico il principale fornitore energetico del vicino regno hashemita. «E' un atto storico che rafforzerà i legami economici e diplomatici tra i nostri paesi», il commento a caldo del ministro per l'Energia di Gerusalemme Silvan Shalom. E' soprattutto una buona notizia, dicono i media israeliani, che arriva dopo una guerra d'estate che è durata cinquanta giorni ed è costata 2, 5 miliardi di dollari. Il gas naturale arriverà dal giacimento israeliano Leviathan (la cui produzione partirà nel 2017), che si trova nel Mediterraneo, circa 130 chilometri a ovest di Haifa, in acque profonde 1500 metri. Già nello scorso febbraio i due paesi avevano firmato un accordo per la fornitura alla Giordania (per l'equivalente di 500 milioni di dollari) di gas naturale proveniente dal giacimento marino israeliano di Tamar, cinquanta chilometri a nord-est dal Leviathan, la cui produzione è invece già iniziata lo scorso anno. L'accordo dovrebbe comportare la fornitura da parte di Israele di 1,6 trilioni di piedi cubi (45 miliardi di metri cubi) di gas alla compagnia elettrica nazionale giordana. «Abbiamo sviluppato oltre il 60 per cento della capacità iniziale di Leviathan e ci siamo assicurati l'80 per cento dei volumi di vendita che ci eravamo prefissati come obiettivo», ha detto Keith Elliot, senior vice president per il Mediterraneo Orientale di Noble, che insieme all'israeliana Avner opera nel giacimento. Per Leviathan quello con la Giordania è il secondo grande contratto internazionale. Nello scorso giugno un altro accordo preliminare era stato infatti siglato dagli israeliani con la BG (compagnia britannica) per la fornitura di gas ad un impianto in Egitto. L'accordo—anche questo verrà ratificato entro la fine dell'anno—durerà quindici anni come quello con la Giordania e avrà un valore stimatodi 60 miliardi (questa la cifra pattuita tra Egitto e Israele a metà agosto) per trasportare fino a 176 miliardi di metri cubi di gas dai giacimenti offshore di Tamar e Leviathan agli impianti per la liquefazione del gas situati fra il porto egiziano Damietta e la città costiera di Idku.

(art. tratto da informazionecorretta)

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